Sono diventati noti al grande pubblico più di dieci anni fa, dopo che Angelina Jolie raccontò di essere portatrice di una mutazione genetica. I cosiddetti “geni Jolie”, BRCA1 e BRCA2, sono da tempo associati a un forte aumento del rischio di tumore al seno e alle ovaie. Ma non tutte le mutazioni sono uguali: alcune risultano decisamente più pericolose di altre.
Lo studio coordinato dall’Università di Genova
A dimostrarlo è uno studio internazionale della BRCA BCY Collaboration, coordinato dall’Università di Genova – Irccs Ospedale Policlinico San Martino – insieme all’Università di Modena e Reggio Emilia, pubblicato sulla rivista Annals of Oncology. La ricerca ha evidenziato che specifiche varianti genetiche dei geni BRCA sono associate a una prognosi peggiore e a una maggiore mortalità per cancro.
L’analisi dei casi di tumore al seno
L’analisi ha preso in esame i dati clinici di 3.294 donne con meno di 40 anni, diagnosticate tra il 2000 e il 2020 con un tumore al seno invasivo e portatrici di una mutazione BRCA1 o BRCA2. «Circa una neoplasia mammaria su dieci è legata a difetti di questi geni – spiega Eva Blondeaux, dell’Unità di Epidemiologia Clinica del Policlinico San Martino e coautrice dello studio – ma le mutazioni possibili sono moltissime e finora non era chiaro se ciascuna avesse un impatto diverso sugli esiti clinici».
Lo studio ha quindi valutato l’effetto delle singole varianti genetiche sulla sopravvivenza delle pazienti, arrivando a risultati inediti. In particolare, è emerso che le mutazioni che “accorciano” le proteine BRCA, rendendole più instabili e meno funzionali, sono associate a una riduzione della sopravvivenza. Al contrario, le mutazioni puntiformi – che coinvolgono una sola “lettera” del DNA – sembrano correlate a un’aspettativa di vita più lunga.
«Le varianti che troncano BRCA1 e BRCA2 compromettono maggiormente il ruolo protettivo delle proteine – sottolinea Angela Toss, docente dell’Università di Modena e Reggio Emilia – e questo si riflette in una prognosi peggiore per le pazienti». Una scoperta che potrebbe avere importanti ricadute cliniche: distinguere le mutazioni più aggressive consentirebbe di personalizzare ulteriormente la gestione delle pazienti, prevedendo controlli più ravvicinati o trattamenti più intensivi nei casi a rischio maggiore.

