Sanità ligure, il 2026 come anno zero: via alla riforma

Il 2026 si apre come un vero “anno zero” per la sanità ligure. Dal 1° gennaio è entrata in vigore la riforma voluta dal presidente della Regione Marco Bucci, che ridisegna l’assetto del sistema sanitario regionale puntando sulla centralizzazione. Due i pilastri: la nascita dell’Agenzia per la tutela della salute Liguria (Ats), che accorpa le cinque Asl in un’unica struttura con l’obiettivo di semplificare governance e spesa, guidata da Marco Damonte Prioli; e l’Azienda metropolitana ospedaliera (Aom), affidata a Monica Calamai, che coordinerà San Martino, Villa Scassi, Galliera (con autonomia) e il futuro ospedale degli Erzelli. Le ex Asl diventano aree distrettuali, mentre ogni presidio ospedaliero avrà un direttore di plesso.

Per la maggioranza si tratta di una riforma necessaria per liberare risorse da destinare all’assistenza. Di segno opposto il giudizio di sindacati e opposizioni, che parlano di “controriforma”, accusata di allontanare i centri decisionali dai territori senza risolvere problemi strutturali come carenza di personale e liste d’attesa.

La riforma arriva però in un contesto complesso. La Liguria, regione con l’età media più alta d’Europa e con Genova in testa, sconta un sistema sotto pressione: disavanzo finanziario, mobilità sanitaria passiva e difficoltà croniche negli organici. Mancano circa 800 infermieri, i pronto soccorso sono in sofferenza e molti medici over 60 si avviano all’uscita dal servizio. Alcune specialità, come la medicina d’urgenza, registrano scoperture fino al 60%.

Pronto soccorso sotto stress

Nei principali ospedali genovesi i pronto soccorso restano il punto più critico: accessi impropri, carenza di personale e lunghe attese in barella prima del ricovero. Il fenomeno del “boarding” si somma a condizioni di lavoro sempre più difficili, con ricadute sulla sicurezza di operatori e pazienti. Una crisi che rispecchia il quadro nazionale, dove il 40% degli accessi è di bassa priorità e quasi il 70% dei pronto soccorso lavora sotto la soglia minima di organico.

Alla base della “fuga” dall’emergenza-urgenza ci sono burnout, aggressioni e prospettive professionali ed economiche più vantaggiose all’estero.

Personale: numeri insufficienti

In Liguria il 27% degli infermieri ha più di 55 anni e solo nel 2024 se ne sono persi circa 200. L’università ne forma circa 280 l’anno, un numero insufficiente anche considerando l’apertura delle nuove case di comunità. Mancano inoltre 163 medici di medicina generale, con un’età media elevata. A livello nazionale, dopo la pandemia, migliaia di sanitari hanno scelto di lavorare fuori Italia, soprattutto in Svizzera.

Alcune discipline – emergenza, psichiatria, radiologia, anatomia patologica – continuano a essere poco attrattive: il 17% dei concorsi va deserto.

Liste d’attesa e mobilità sanitaria

Le liste d’attesa restano uno dei temi più sensibili. La Regione rivendica una riduzione del 90% delle prestazioni urgenti entro i 10 giorni nel 2025, ma per le prestazioni non urgenti i tempi restano lunghi. Intanto prosegue la mobilità sanitaria verso altre regioni, con un saldo economico negativo di decine di milioni di euro ogni anno.

Bilanci fragili e cantieri aperti

Sul fronte finanziario, il disavanzo resta oggetto di scontro politico: dai 19 milioni indicati dalla Regione ai circa 200 denunciati dalle opposizioni. In ogni caso, il sistema appare fragile, chiamato a bilanciare contenimento dei costi e livelli essenziali di assistenza.

Parallelamente è in corso un ampio riassetto della rete ospedaliera. Tra i cantieri attivi: il nuovo Felettino alla Spezia, il padiglione zero del Gaslini a Genova e la riqualificazione del Santa Corona a Pietra Ligure. In fase di definizione restano il nuovo ospedale unico del Ponente a Taggia, l’ospedale degli Erzelli e il nuovo Galliera.

La riforma parte dunque in un quadro complesso: la scommessa è che la centralizzazione riesca a governare un sistema già sotto forte stress, senza perdere il contatto con i territori e i bisogni reali dei cittadini.

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