Un gruppo di ricercatori dell’Università Statale di Milano ha scoperto un meccanismo del tutto nuovo che potrebbe aprire la strada a nuove cure contro l’Alzheimer. Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Neuroinflammation, mostra come il parassita Leishmania infantum – lo stesso che causa la leishmaniosi viscerale – riesca a bloccare una delle principali vie di infiammazione cerebrale coinvolte nella malattia.
La scoperta degli scienziati sul parassita
Gli scienziati hanno scoperto che questo parassita è capace di entrare nelle cellule della microglia, le cellule che difendono il cervello, senza danneggiarle. Normalmente, quando la microglia incontra il peptide β-amiloide (una sostanza che si accumula nel cervello delle persone con Alzheimer), si attiva e produce una forte infiammazione. Ma la Leishmania riesce a “spegnere” questa reazione, impedendo la formazione di molecole infiammatorie, oltre a sostanze tossiche per i neuroni come l’ossido nitrico.
Per capire come questo avvenga, i ricercatori hanno studiato cellule di microglia in laboratorio, infettandole con il parassita e osservandole con tecniche molto avanzate di microscopie e biologia molecolare. In questo modo hanno potuto seguire passa dopo passo il comportamento il comportamento della Leishmania e vedere come riesce a controllare la risposta infiammatoria del cervello.
Il team ha anche creato un ceppo modificato del parassita, capace di mettere luce fluorescente, per seguire con precisione dove si trova e come si muova all’interno delle cellule. Grazie a questo è stato possibile capire meglio i momenti chiave dell’infezione e la capacità del parassita di sopravvivere e agire senza provocare danni.
Il meccanismo di silenziamento dell’Alzheimer
In sintesi, lo studio rivela un meccanismo sorprendente di “silenziamento” dell’infiammazione: la Leishmania infantum riesce a calmare la microglia, aprendo la possibilità di creare terapie ispirate ai suoi processi naturali per combattere l’infiammazione cerebrale tipica dell’Alzheimer.
«Ci siamo chiesti se le strategie che la Leishmania usa per sopravvivere nel corpo umano potessero essere utili anche per ridurre l’infiammazione nel cervello – spiega la ricercatrice Estefanía Calvo Alvarez, prima autrice dello studio –. I nostri risultati mostrano che il parassita riesce a bloccare selettivamente alcune vie infiammatorie, suggerendo nuovi approcci terapeutici basati sui suoi meccanismi naturali di difesa».
Il prossimo passo sarà testare l’effetto protettivo del parassita e delle sue molecole su modelli animali di Alzheimer, per capire se davvero può aiutare a limitare l’infiammazione e proteggere i neuroni. Inoltre, i ricercatori vogliono identificare le sostanze precise prodotte dalla Leishmania che hanno questo effetto, per poterle usare come base per nuovi farmaci.

