mercoledì, Dicembre 10, 2025

Il Prof. Stabilini sulla chirurgia robotica mininvasiva della parete addominale | QUI Talk

Intervista al Professor Cesare Stabilini, specialista in chirurgia della parete addominale

Negli ultimi anni la chirurgia della parete addominale ha compiuto un salto tecnologico importante. Gli interventi per la correzione di ernie complesse, difetti multipli o recidivi, oggi possono beneficiare della precisione e della sicurezza offerte dalla chirurgia robotica mininvasiva.

Nella nuova puntata di QUI Talk condotta da Rosanna Piturru, capiamo insieme al Prof. Cesare Stabilini, tra i massimi esperti in questo campo e Professore Associato in Chirurgia Generale e in Chirurgia d’urgenza presso l’Università di Genova e Dirigente medico presso Clinica chirurgica 2 dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, come questa evoluzione stia cambiando il modo di operare e migliorare la qualità di vita dei pazienti.

Professore, che cosa distingue oggi la chirurgia robotica mini-invasiva dalla laparoscopia tradizionale?

“La grande differenza, oggi, è chi fa cosa. Nella laparoscopia standard il chirurgo è accanto al paziente, al letto operatorio; nella chirurgia robotica invece il chirurgo operatore è seduto a una console, a distanza, mentre un assistente rimane al fianco del paziente. La console ricorda un po’ quelle che si trovavano nei bar per giocare ai videogiochi: ovviamente non si gioca, ma si esegue l’intervento con una precisione straordinaria”.

E quali sono i vantaggi per il paziente?

“Nella chirurgia della parete addominale, in cui ripariamo difetti più o meno estesi della parete, i vantaggi sono molteplici. C’è una maggiore stabilizzazione e precisione del gesto chirurgico, una visione tridimensionale che la laparoscopia non offre e una delle cose che io considero più utile: una minore usura fisica per il chirurgo. Chi opera molto sa quanto la fatica possa incidere, anche sulla longevità professionale. Il robot aiuta a preservare anche questo. Il beneficio cresce con la complessità dell’intervento: per i casi più semplici si preferisce non utilizzarlo, ma nei casi complessi – difetti plurirecidivi, di grandi dimensioni o con infezioni – diventa un alleato formidabile”.

Ci sono anche tempi di recupero minori per il paziente?

“Sì, abbiamo praticamente dimezzato le degenze grazie all’introduzione dei programmi robotici, che si affiancano comunque alla chirurgia open e a quella laparoscopica. Il paziente torna a casa prima, con meno dolore e un recupero più rapido. In alcuni centri statunitensi, procedure che richiedevano 4 o 5 giorni di ricovero oggi vengono eseguite in day case, cioè con dimissione in giornata”.

Quindi il beneficio si riflette anche sui costi complessivi?

“Assolutamente. In Europa facciamo ancora fatica a quantificare il guadagno in termini di produttività, cioè nel periodo di convalescenza in cui il paziente non è attivo. Negli Stati Uniti, dove questo è stato studiato con attenzione, si è visto che il vantaggio economico e sociale è notevole, soprattutto nei casi complessi. Ridurre i tempi di inattività significa un beneficio sia per il paziente che per la società”.

Quanto è diffusa oggi la chirurgia robotica della parete addominale in Italia?

“L’Italia è tra i Paesi con la più alta densità di piattaforme robotiche. Esistono diversi sistemi distribuiti nei nostri ospedali. All’ospedale San Martino di Genova, grazie al mio direttore, il Professor Camerini, abbiamo la possibilità di eseguire molte procedure con questa tecnologia e di concentrarci sui casi più difficili. La situazione generale è molto positiva, anche se è una chirurgia che richiede skill e una preparazione specifica”.

Guardando al futuro, come immagina la sala operatoria dei prossimi anni?

“In università ci stiamo già muovendo in questa direzione. L’intelligenza artificiale è una realtà che utilizziamo: in fase pre-operatoria ci aiuta ad analizzare i dati e a prevedere la difficoltà di un intervento; nel post-operatorio permette di valutare meglio i risultati; durante l’intervento, invece, supporta la didattica e la sicurezza, aiutando a riconoscere strutture anatomiche importanti e a evitare errori che possono verificarsi.”

Possiamo dire quindi che la tecnologia non riduce il ruolo del chirurgo, ma lo potenzia?

“Esattamente. La tecnologia è uno strumento che amplifica le capacità del chirurgo, ma non deve mai sostituirlo. Il robot è una piattaforma master-slave: deve rimanere uno ‘schiavo’ nelle mani del chirurgo, non sicuramente la guida dell’attività chirurgica”.

Con quest’ultima riflessione, il Prof. Stabilini sintetizza il senso profondo dell’innovazione in sala operatoria: la tecnologia è un alleato prezioso, ma resta sempre il sapere umano, la sensibilità e l’esperienza del chirurgo a fare la differenza.

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