Apnee del sonno: milioni di casi non diagnosticati in Italia, ma il disturbo è trattabile

Le apnee ostruttive del sonno rappresentano una condizione molto più diffusa di quanto si pensi. In Italia, secondo le stime epidemiologiche più recenti, oltre 24 milioni di adulti presenterebbero forme lievi o medio-gravi di questo disturbo respiratorio notturno. Tuttavia, solo circa 460 mila persone hanno ricevuto una diagnosi e poco più di 230 mila risultano in trattamento negli ultimi anni.

Il divario tra diffusione reale e diagnosi evidenzia un problema rilevante di salute pubblica, con ricadute non solo sulla qualità della vita dei pazienti ma anche sul sistema sanitario e sulla sicurezza sociale.

Un disturbo spesso sottovalutato

Le apnee ostruttive del sonno (OSAS) sono caratterizzate da episodi ripetuti di ostruzione delle vie aeree durante il sonno, che provocano brevi interruzioni della respirazione e riduzione dell’ossigenazione del sangue.

Il disturbo è spesso associato a russamento intenso, risvegli frequenti e sonnolenza diurna, ma molti pazienti tendono a considerarlo un semplice fastidio, senza rivolgersi al medico.

Secondo gli esperti della Società dei neurologi neurochirurghi neuroradiologi ospedalieri italiani (SNO), questa sottovalutazione contribuisce alla bassa percentuale di diagnosi rispetto alla reale diffusione del problema.

Le conseguenze, tuttavia, possono essere rilevanti: la sonnolenza diurna aumenta il rischio di incidenti stradali e sul lavoro, mentre la mancata presa in carico comporta anche costi sociali e sanitari più elevati.

Diagnosi e trattamento: strumenti già disponibili

In occasione della Giornata mondiale del sonno, che si celebra il 13 marzo, i neurologi sottolineano che oggi le apnee del sonno possono essere diagnosticate e trattate con metodologie consolidate.

Tra le azioni ritenute prioritarie dagli specialisti figurano:

  • riduzione dei tempi di attesa per gli esami diagnostici e l’avvio delle terapie;
  • mappatura dei centri specialistici e definizione di standard di risposta;
  • percorsi integrati tra diverse discipline, tra cui neurologia, pneumologia, otorinolaringoiatria e odontoiatria;
  • maggiore informazione alla popolazione, perché molti pazienti non collegano la stanchezza cronica a un disturbo del sonno;

utilizzo della telemedicina per follow-up e monitoraggio terapeutico.

  • Il legame tra sonno e salute del cervello
  • La qualità del sonno ha implicazioni che vanno oltre il semplice riposo.

Come sottolinea Pasquale Palumbo, presidente della SNO, investire nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi del sonno significa anche rafforzare le strategie di prevenzione delle malattie neurodegenerative.

Numerose ricerche mostrano infatti che durata e qualità del sonno influenzano meccanismi biologici fondamentali per la salute cerebrale.

Il ruolo del sistema glinfatico

Durante il sonno profondo entra in funzione il cosiddetto “sistema glinfatico”, un meccanismo di drenaggio che aiuta il cervello a eliminare sostanze di scarto prodotte dall’attività neuronale.

Secondo la neuroradiologa Nivedita Agarwal, il movimento del liquido cerebrospinale in questa fase favorisce la rimozione di proteine e metaboliti potenzialmente dannosi. Quando il sonno è breve, frammentato o caratterizzato da ipossia, come può accadere nelle apnee notturne, questo processo di “pulizia” può risultare meno efficace.

Alcuni studi collegano infatti una scarsa qualità del sonno all’accumulo di proteine come la beta-amiloide, una delle sostanze associate ai processi neurodegenerativi.

Migliorare il sonno come strategia di prevenzione

Alla luce delle evidenze scientifiche disponibili, gli specialisti sottolineano un messaggio chiaro: migliorare la qualità del sonno rappresenta una strategia di prevenzione modificabile.

Individuare precocemente le apnee notturne e avviare il trattamento può contribuire non solo a ridurre la sonnolenza e migliorare la qualità della vita, ma anche a proteggere la salute del cervello nel lungo periodo.

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