Insufficienza venosa e vene varicose: sintomi, prevenzione e trattamenti mininvasivi

Intervista al Dott. Giovanni Turtulici, tra i massimi esperti italiani di Flebologia

L’insufficienza venosa è una delle patologie più comuni, soprattutto tra le donne, e può manifestarsi con sintomi spesso sottovalutati. Ne abbiamo parlato con il Dott. Giovanni Turtulici, direttore della Struttura Complessa di Radiologia presso l’Ospedale Evangelico di Genova e responsabile regionale della Società Italiana di Flebologia. Con una consolidata esperienza nell’utilizzo di metodiche interventistiche ecoguidate, lo specialista ci accompagnerà alla scoperta di segnali precoci e procedure mininvasive per il trattamento delle vene varicose.

Dottore, quali sono i primi segnali che una persona dovrebbe cogliere per sospettare un’iniziale insufficienza venosa o la comparsa di vene varicose?

I primi segnali possono essere, sebbene non gli unici, i capillari – quelli che noi chiamiamo teleangectasie – ma anche un senso di pesantezza, soprattutto la sera, talvolta associato anche a dolore. Sono sintomi molto vari, quindi è fondamentale a quel punto procedere con un approfondimento diagnostico.

Quanto incide la predisposizione genetica rispetto ai fattori legati allo stile di vita nello sviluppo delle vene varicose?

La predisposizione genetica è fondamentale. Se c’è familiarità, soprattutto sulla linea femminile, il rischio è tre volte superiore. In presenza di una predisposizione ereditaria è molto probabile che i sintomi evolvano in una insufficienza venosa importante. Tuttavia, la genetica da sola non basta: entrano in gioco altri fattori – sedentarietà, sovrappeso, attività lavorativa – che, a differenza dei geni, possiamo controllare. Faccio sempre l’esempio dei parrucchieri e dei baristi, costretti a stare in piedi tutto il giorno. Ma soprattutto alle mamme dico sempre: la postura è tra le concause più importanti. Qualche volta basta davvero un piccolo aggiustamento posturale per prevenire la comparsa o l’aggravarsi della malattia venosa.

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Dott. Giovanni Turtulici, flebologo

La diagnosi precoce è quindi cruciale. Quanto conta l’ecografia in questo senso?

È importantissima. Oggi è impensabile che un flebologo non sappia usare un ecocolordoppler. Questo esame, infatti, non serve solo per fare una diagnosi precoce, ma anche per predisporre il trattamento più adatto, essendoci diverse opzioni terapeutiche.

Si parla sempre di più di trattamenti mininvasivi: quali sono i più efficaci oggi?

La chirurgia tradizionale è ormai fuori dalle linee guida. Quelle europee e americane indicano chiaramente che per il trattamento della safena, la metodica di elezione è quella endovascolare, cioè mininvasiva. Lo stripping oggi è considerato obsoleto, anche se in alcuni casi ancora utilizzato laddove necessario. Le tecniche mini-invasive comprendono trattamenti termici come il laser e la radiofrequenza, ma anche metodi chimici come il cianoacrilato, e naturalmente la scleroterapia, che consiste in iniezioni di sostanze sclerosanti per chiudere i tratti venosi.

Prevenzione e trattamento precoce possono davvero evitare l’aggravarsi della malattia?

Assolutamente sì. Per questo insisto sull’importanza della diagnosi precoce. Se durante una visita flebologica con ecocolordoppler si evidenzia che un paziente svilupperà probabilmente la patologia in modo severo, possiamo intervenire prima. Ci sono presidi medici, ma soprattutto igienici: cambiamento dello stile di vita e l’utilizzo di elastocompressivi, cioè le calze elastiche, che aiutano a stabilizzare la malattia e prevenire la sua evoluzione.

Ci sono periodi dell’anno più adatti per sottoporsi ai trattamenti?

I trattamenti endovascolari – come laser, radiofrequenza e cianoacrilato – si eseguono tutto l’anno, anche d’estate. La scleroterapia invece è stagionale: si comincia a ottobre e si conclude tra aprile e maggio, perché caldo e sole non aiutano il decorso. Certo, per il comfort del paziente è sempre meglio intervenire nei mesi autunnali o invernali.

E il post-trattamento? Quanto tempo serve per riprendere le normali attività?

I trattamenti mini-invasivi durano 20 minuti: si “brucia” la vena – e il paziente può alzarsi e tornare a lavorare il giorno stesso. L’anestesia è locale, una semplice iniezione con acqua fredda e lidocaina. L’unica parte un po’ “fastidiosa” è che bisogna indossare la calza elastica a compressione forte per cinque giorni, anche di notte. Ma per il resto, come dico sempre anche un po’ per scherzare “il paziente potrebbe alzarsi e andare direttamente al mare”, per dire che può davvero fare tutto.»

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