Il nuoto è uno sport che richiede alla spalla un lavoro continuo e altamente ripetitivo. La ripetizione del gesto tecnico, unita a eventuali squilibri muscolari, può portare nel tempo alla comparsa di dolore e infiammazione.
Tra le problematiche più comuni troviamo la cosiddetta spalla del nuotatore (“swimmer’s shoulder”), una condizione che può interessare atleti di diversi livelli, dai professionisti agli amatori che praticano con regolarità.
Ne parliamo con il Dott. Francesco Raffelini, chirurgo della spalla, per capire come si manifesta, quali sono i meccanismi alla base del disturbo e come viene affrontato.
Quando la spalla inizia a fare male
Il dolore rappresenta spesso il primo campanello d’allarme, ma il momento in cui compare può fornire indicazioni importanti sulla natura del problema.
«La spalla del nuotatore è una spalla dolorosa in una persona che nuota. Il dolore può comparire durante l’attività, ma più spesso tende a comparire alla fine dell’attività.
Quasi sempre è la conseguenza di uno sbilanciamento muscolare, quindi è un affaticamento della muscolatura scapolare, della muscolatura dorsale, dei retrattori della scapola che compare dopo una serie di attività, dopo una serie di cicli di nuoto, di bracciate».
Il conflitto che coinvolge la parte anteriore della spalla
Il movimento ripetuto delle bracciate può determinare un sovraccarico delle strutture coinvolte nella dinamica della spalla, con conseguente irritazione dei tessuti.
«È determinata da un conflitto meccanico, quindi uno sfregamento, un attrito della parte anteriore della spalla, della muscolatura anteriore della spalla, contro le parti ossee anteriori della spalla, come la coracoide o l’acromion.
Quasi sempre la patologia è una patologia molto superficiale, ma molto irritante, e determina un’infiammazione della parte anteriore della spalla, della parte del tendine bicipitale».
Dalla prevenzione alla chirurgia: come si interviene
L’approccio iniziale è generalmente orientato al recupero della corretta funzionalità della spalla attraverso un percorso mirato. Solo in alcuni casi può rendersi necessario un trattamento chirurgico.
«Il trattamento quasi sempre inizialmente è un trattamento conservativo, preventivo, quindi un rinforzo di muscoli e retrattori scapolari, uno stretching della parte posteriore della capsula.
Può diventare ovviamente anche chirurgico e, in questo caso, l’artroscopia è la strada maestra».

