Sanità, Gimbe: spesa ferma al 6,4% del Pil fino al 2029. “Previsioni instabili e sempre al ribasso”

Nessuna inversione di tendenza per la sanità pubblica italiana. È quanto emerge dall’analisi della Fondazione Gimbe sul Documento di Finanza Pubblica 2026, che conferma un rapporto tra spesa sanitaria e Pil fermo al 6,4% fino al 2029. Un dato che, secondo Gimbe, nasconde però fragilità evidenti.

Spesa sanitaria, le previsioni per i prossimi anni

A fronte di una crescita media annua del Pil nominale del 2,6%, la spesa sanitaria nel triennio 2027-2029 aumenterebbe solo del 2,37%. Per il presidente Nino Cartabellotta si tratta di previsioni “instabili e sistematicamente riviste al ribasso”, segnale di un definanziamento strutturale del Servizio sanitario nazionale.

Nel 2025 la spesa sanitaria prevista si attesta a 141,5 miliardi, in crescita rispetto al 2024, ma inferiore di circa 2,5 miliardi rispetto alle stime formulate lo scorso autunno. Per il 2026 il Dfp prevede 148,5 miliardi e un rapporto spesa/Pil al 6,4%, ma secondo Gimbe il dato rischia di non essere realistico senza aggravare i disavanzi regionali.

Ancora più preoccupante il quadro sul medio periodo: tra il 2027 e il 2029 il gap tra fabbisogni sanitari e risorse disponibili viene stimato in 30,6 miliardi. La forbice, avverte Gimbe, potrebbe passare da 7,1 miliardi nel 2027 a 13,4 miliardi nel 2029, con il rischio di mettere sotto pressione i bilanci delle Regioni, costrette a tagliare servizi o aumentare la pressione fiscale.

Secondo Cartabellotta, senza nuovi investimenti già dalla prossima legge di Bilancio il Servizio sanitario nazionale rischia di soffocare, con effetti su accesso alle cure, disuguaglianze e costi sempre più a carico dei cittadini.

La reazione politica

Dura anche la reazione politica. La senatrice di Italia Viva Annamaria Furlan parla di “tagli certificati alla sanità” e di un percorso che rischia di portare il Ssn verso il default. “Dietro una stabilità solo apparente – afferma – si nasconde una precisa scelta politica che riduce le risorse per la sanità pubblica e aumenta il rischio di meno servizi e più disuguaglianze”.

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