A Cremona il fiume è rilevato a 8,59 metri sotto lo zero idrometrico, portata insufficiente a impedire risalita delle acque salmastre. Adige dimezzato, raccolti a rischio anche in Piemonte
La siccità conseguente le temperature elevate dell’estate europea raggiunge livelli record, superando i livelli già disastrosi del 2022. Le conseguenze sono particolarmente tangibili nella bassa Padana, dipendente dal fiume eponimo: secondo i dati più recenti gli affluenti hanno una portata quasi dimezzata rispetto al livello naturale degli argini, mettendo a rischio le colture della pianura agricola con particolare rischio per la regione veneta, dove sono registrati livelli fino al 70% al di sotto della media stagionale. L’assessore della Regione Veneto con delega all’Ambiente Elisa Venturini ha dichiarato fin dalla settimana scorsa la necessità di razionamento idrico, mentre il rapporto ARPAV del 31 luglio rivela una mancanza strutturale che raggiunge l’apice della tendenza negativa degli ultimi anni.
Forniture limitate, il problema agricolo in Piemonte
I livelli bassissimi degli affluenti portano a conseguenze drastiche: la settimana scorsa la Giunta regionale del Piemonte ha dichiarato lo stato di emergenza dimezzando la fornitura idrica per finalità agricole. A causa della scarsità glaciale e alle precipitazioni quasi nulle dal mese di maggio, e complici le temperature torride quasi sempre fuori scala, oltre 70 Comuni sono riforniti tramite autobotte, con una spesa che già supera i 400mila euro. A questi si sommano un centinaio di località che rileva problemi di fornitura. Ha spiegato Alberto Cirio, governatore del Piemonte, che “l’aggravarsi delle condizioni meteo-climatiche e i dati emersi dal confronto con enti locali, gestori del servizio idrico e mondo agricolo ci hanno portato ad avviare la procedura per la dichiarazione dello stato di emergenza regionale”, attivato nella giornata del 3 agosto, mentre le anomalie termiche continuano a ridurre la disponibilità privata e commerciale. Il record di siccità è dovuto in parte a temperature caldissime e mancanza di precipitazioni legate all’anticiclone che mantiene la pressione alta sull’Europa da ormai due mesi, legato al fenomeno di El Nino, in parte alla riduzione di scorte glaciali e la quantità delle nevi perenni. ARPA registra una diminuzione media della portata dei bacini del 40%, con valori che scendono ulteriormente in svariate località. A Isola Sant’Antonio (AL) si riporta un calo del 75% del flusso.
Gravi le ripercussioni sulle capacità produttive dell’agricoltura. Mentre a Torino il letto del fiume è ormai emerso, in provincia si rileva un calo critico delle produzioni di granturco, tipico staple food settentrionale e alla base di circa un terzo dell’output agricolo locale: le perdite oscillano tra il 30 e il 70%, con una perdita attuale stimata a circa 30 milioni di euro. Dove presenti, vengono sfruttati sistemi di pompaggio dalle falde acquifere, ma il raccolto è minato e presenta, in molti casi, pannocchie più piccole e con una quantità inferiore di grani. Anche la coltura del riso, dipendente dall’irrigazione e fondamentale in economie come quella del Vercellese, è messo a rischio.
La situazione in Veneto e la minaccia della salinizzazione
In Veneto la coltivazione del mais registra perdite comparabili, con una media stimata al 40%. “Siamo fortemente preoccupati per i risvolti economici e produttivi di questa siccità che sta bruciando le campagne – dice Federico Caner, assessore regionale all’Agricoltura – La priorità assoluta va alla salvaguardia dell’acqua per uso civile, ma i nostri agricoltori si trovano in un vero dramma idrico”.
Venturini ha precisato, sull’interpretazione dei dati disponibili su questi fenomeni senza precedenti noti: “Vogliamo essere estremamente trasparenti e precisi nella lettura dei dati […] quando nei bollettini leggiamo percentuali di scarto come il -70% dell’Adige o il -69% del Bacchiglione, è fondamentale spiegare chiaramente ai cittadini e agli operatori che queste differenze non si riferiscono all’anno precedente, bensì alla media, calcolata sulle serie storiche”. Non dati sporadici o picchi isolati quindi, ma medie ponderate che mettono in evidenza la gravità dell’evento e la necessità di trovare soluzioni nel lungo periodo.
Il calo del livello idrometrico implica anche conseguenze più indirette: l’abbassamento del fiume origina una portata insufficiente a sospingere il volume d’acqua oltre il delta adriatico. In condizioni normali, la forza e la pressione dell’acqua dolce spingono l’acqua del mare verso l’esterno, mantenendo la foce pulita dal sale; mentre in regime di siccità la portata del fiume crolla e la pressione della corrente si azzera. L’acqua del mare – più densa e pesante – penetra così nell’entroterra seguendo il corso del fiume, salinizzando banchi, canali e pianure irrigue con conseguenti danni permanenti e di difficile contenimento al suolo e ai terreni agricoli. L’avanzata si arresta solo quando incontra un dislivello naturale del terreno o quando la portata del fiume torna a essere sufficientemente forte da respingere il mare: il fenomeno è devastante per una regione dalla vocazione agricola, e una minaccia per gli abitanti nel suo bacino demografico.
Desertificazione, contaminazione dei pozzi e delle falde acquifere, collasso di biomi e microclimi florofaunistici sono gli effetti più marcati del fenomeno. Per contrastarlo, i mezzi sono limitati: barriere antisaline, come quelle presenti sull’Adige, o dighe mobili. “La risalita del cuneo salino sta paralizzando interi comparti nel Rodigino e nel Polesine, dove i canali irrigui pescano ormai acqua inservibile e dannosa per i campi – sottolinea Dario Bond, assessore all’Agricoltura – Stiamo lavorando al fianco del Presidente per portare l’attenzione del Governo nazionale su questa emergenza climatica. La priorità ora è tutelare i raccolti stremati, ma servono subito ristori per i danni subiti dalle aziende agricole”.

