A Milano, la dottoressa Erika Conforti, 40 anni, ogni giorno affronta un’agenda fitta tra visite, ricette, telefonate e vaccini domiciliari. È una dei tanti medici di famiglia che il 5 novembre hanno aderito allo sciopero indetto dal sindacato Snami e dall’associazione Lamg, per dire no al cosiddetto ruolo unico e denunciare il peso crescente della burocrazia.
«Assisto duemila pazienti e devo utilizzare quattordici portali diversi per gestire tutto – spiega –. Dove dovrei trovare anche il tempo per lavorare nelle case di comunità?»
L’aumento del numero di assistiti
Conforti lavora nel quartiere Bullona, uno degli ambiti carenti di medici, e per rispondere alle esigenze del territorio ha dovuto aumentare il numero di assistiti. «Da quando ho alzato il massimale da 1.750 a 2.000 pazienti, ho sentito subito la differenza. Il timore di non riuscire a seguire tutti come vorrei è costante. Figuriamoci riuscire a fare anche la cosiddetta “medicina d’iniziativa”, cioè contattare i pazienti per sapere come stanno o monitorare le terapie.»
Il suo studio fa parte di una forma associativa avanzata: sette medici divisi in due sedi, con infermieri e segreteria. «Questo permette ai pazienti di venire per vaccinazioni, medicazioni o per togliere i punti. Ma tutto il personale lo paghiamo noi, di tasca nostra. Siamo liberi professionisti convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, non dipendenti. Gli incentivi regionali coprono solo una parte delle spese, e poi ci sono le bollette, la pulizia, i materiali e i software da mantenere».
Giornate di lavoro molto lunghe
Le giornate scorrono tra telefonate e visite senza pause. «Ogni mattina dedico due ore ai consulti telefonici, poi rispondo solo alle urgenze fino alla sera. Quando ho ambulatorio, visito per cinque ore di fila. Finisco verso le 18, a volte alle 20. Non è vero che i medici di famiglia lavorano tre ore al giorno: è un impegno costante».
La contestazione del “ruolo unico”
Uno dei punti più contestati dello sciopero è il “ruolo unico”, previsto da gennaio 2025. In base a questa riforma, i medici convenzionati dovrebbero dedicare parte del loro tempo alle case di comunità, strutture nate per rafforzare l’assistenza territoriale. «Ma dove dovrei trovare altre sei ore alla settimana? Di notte o nei weekend? E chi curerebbe i miei pazienti nel frattempo?»
La protesta riguarda anche la mancanza di tutele per maternità e paternità. «Quando sono rimasta incinta nel 2021, la mia era una gravidanza a rischio. Ho chiesto all’Ats un sostituto, ma non c’era nessuno. Ho dovuto arrangiarmi con colleghi che mi coprivano a turno. Solo grazie al sindacato sono riuscita a trovare un sostituto stabile, che ho dovuto pagare io, fino a 150 euro al giorno. Dal secondo mese l’Ats mi ha pure ridotto del 70% il compenso.»
Le possibili soluzioni secondo la Dott.ssa Conforti
Per molti, la soluzione sarebbe rendere i medici di famiglia dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Ma Conforti non è d’accordo: «La dipendenza non risolverebbe il problema. Con tutta la burocrazia che già affrontiamo, e con orari fissi, sarebbe impossibile conciliare l’assistenza con il resto del lavoro amministrativo. Inoltre il cittadino perderebbe la possibilità di scegliere il proprio medico, rompendo quel rapporto di fiducia che è alla base della medicina di famiglia».
Secondo la dottoressa, per rilanciare davvero la categoria servono tre passi concreti: «La formazione va riconosciuta a livello universitario, con la stessa dignità e borsa di studio delle altre specializzazioni. Poi bisogna ridurre la burocrazia e migliorare i sistemi informatici, che oggi ci fanno perdere ore preziose. Infine, servono più incentivi per coprire i costi crescenti degli studi medici».

