Ecco il decreto Schillaci: svolta per i medici di famiglia, al centro delle Case di Comunità

La riforma della sanità territoriale accelera. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha presentato alla Conferenza delle Regioni la bozza del decreto che porta il suo nome e che punta a ridisegnare il ruolo dei medici di famiglia, trasformandoli nel fulcro delle nuove Case di Comunità.

L’idea alla base del provvedimento è chiara: rafforzare la medicina del territorio, rendendola più vicina ai cittadini e soprattutto ai pazienti più fragili. Per farlo, il Governo starebbe lavorando a un decreto legge che potrebbe approdare in Consiglio dei Ministri entro maggio.

Il punto centrale della riforma sui medici di base

Il punto centrale della riforma riguarda proprio i medici di base. L’obiettivo è integrarli stabilmente nel modello organizzativo delle Case di Comunità, strutture pensate per alleggerire la pressione sugli ospedali e offrire servizi più diffusi sul territorio. Tra le novità più rilevanti c’è la possibilità, su base volontaria, di passare dall’attuale convenzione con le Asl a un contratto da dipendente del Servizio sanitario nazionale, come già accade per i medici ospedalieri.

Non si tratterebbe però di un obbligo, ma di una scelta facoltativa e progressiva. Il sistema convenzionato non verrebbe cancellato: si andrebbe verso un modello misto, pensato anche per evitare le critiche emerse nelle ultime settimane da parte della categoria.

Nodo delicato sulla remunerazione

Uno dei nodi più delicati resta quello della remunerazione. Oggi i medici di medicina generale vengono pagati in base al numero di assistiti; il nuovo modello potrebbe invece valorizzare il lavoro svolto nella rete territoriale, la gestione dei pazienti cronici e fragili e il contributo nelle attività delle Case di Comunità.

Il piano si lega direttamente agli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. A fine 2025 risultavano operative 781 Case di Comunità con almeno un servizio attivo, su oltre 1.700 previste. Il traguardo indicato dal ministero è arrivare alla piena funzionalità entro il 30 giugno 2026.

Dentro queste strutture il modello immaginato è multidisciplinare: non solo medici di famiglia, ma anche pediatri, infermieri, specialisti, psicologi e assistenti sociali, in un sistema pensato per seguire il cittadino in modo più completo.

Il problema della carenza di medici di base

La riforma arriva anche in risposta a un problema ormai evidente: la carenza di medici di base. Secondo i dati della Fondazione GIMBE ne mancano oltre 5.700 e sempre più persone fanno fatica a trovare un medico, soprattutto nelle aree più popolose. Negli ultimi cinque anni il numero è calato drasticamente e ogni medico segue mediamente più pazienti rispetto alla soglia considerata ottimale.

Anche per questo il progetto punta a rilanciare la medicina generale, rendendola più attrattiva e valorizzandola come una specializzazione vera e propria, al pari di altre discipline.

Entro maggio dovrebbe arrivare il confronto decisivo con le Regioni per il via libera al testo definitivo. I primi riscontri sarebbero stati nel complesso positivi, pur con sensibilità politiche diverse. Sullo sfondo resta il confronto con i sindacati, divisi sul tema e pronti, in alcuni casi, a dare battaglia.

La partita è appena iniziata, ma il messaggio del ministro è chiaro: per Schillaci questa è un’occasione da non perdere per cambiare davvero la sanità italiana.

Credit Photo: ilnordest.it

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