Aborto farmacologico senza ricovero, disponibile solo in quattro regioni: la campagna di sensibilizzazione

A 48 anni dall’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, il tema dell’accesso all’aborto farmacologico torna al centro del dibattito. Ad oggi, infatti, la possibilità di effettuare la procedura senza ricovero è garantita soltanto in quattro realtà italiane: Lazio, Emilia-Romagna, Campania e nelle province autonome di Trento e Bolzano.

La campagna dell’Associazione Luca Coscioni

A evidenziarlo è l’Associazione Luca Coscioni, che in occasione dell’anniversario della legge del 22 maggio 1978 ha lanciato la campagna “Aborto senza ricovero”, con l’obiettivo di promuovere un accesso più uniforme ai servizi sanitari e garantire alle donne maggiore libertà di scelta.

Secondo l’associazione, il ricovero per l’aborto farmacologico non rappresenta una necessità clinica né aumenta i livelli di sicurezza della procedura. Al contrario, viene considerato un aggravio per il sistema sanitario e potrebbe persino esporre a rischi evitabili, come quello di infezioni. Inoltre, la possibilità di assumere il secondo farmaco direttamente a casa – se richiesto dalla paziente – continua a non essere assicurata in gran parte del Paese.

Aborto, differenza significative tra le varie regioni

Permangono differenze significative anche tra le singole regioni. In Toscana, ad esempio, il percorso prevede tre accessi distinti in struttura sanitaria e non consente l’assunzione del secondo farmaco né nei consultori né a domicilio. In Umbria questa possibilità esiste formalmente, mentre nella maggior parte delle altre regioni resta assente. In Lombardia, inoltre, emerge anche un tema economico: l’aborto farmacologico in day hospital avrebbe un costo superiore rispetto a quello chirurgico, con una spesa rispettivamente di 1.246 euro contro 952.

L’iniziativa dell’Associazione Coscioni punta quindi a chiedere procedure regionali più chiare e uniformi, applicando in maniera concreta le disposizioni introdotte nel 2020, che prevedono la possibilità di effettuare l’interruzione volontaria farmacologica in ambulatori e consultori, includendo anche l’autosomministrazione del secondo farmaco a casa.

“Ci auguriamo che questa possibilità possa presto essere estesa ovunque, perché i diritti non dovrebbero dipendere dalla regione in cui si vive”, sottolineano dall’associazione.

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