Snapchat dysmorphia: quando i filtri creano una distorsione della nostra immagine

Tra filtri, app e modelli irrealistici, prende sempre più piede quella che viene definita “Snapchat dysmorphia”: una distorsione della propria immagine che nasce dal confronto continuo con versioni perfezionate e artificiali di sé.

Pelle liscia, niente occhiaie, zero imperfezioni. Sui social tutto appare impeccabile, ma la realtà è ben diversa. Ed è proprio questo divario a generare frustrazione e aspettative impossibili. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, durante il congresso nazionale di Rimini.

Quando il filtro diventa il metro di paragone

Questo fenomeno, conosciuto anche come Selfie o Zoom dysmorphia, nasce da un meccanismo semplice ma pericoloso: confrontarsi ogni giorno con immagini modificate. Il risultato? Una percezione alterata del proprio aspetto e una crescente insoddisfazione verso la propria immagine reale.

Non è solo una questione estetica. Dietro ci sono spesso ansia, stress e una corsa a trattamenti estetici sempre più frequenti, a volte anche senza reale necessità.

“Voglio sembrare come nei filtri”

“Capita sempre più spesso che le pazienti chiedano interventi per assomigliare alla versione filtrata del proprio volto o a immagini viste online”, spiega Roberta Giuffrida.

Il punto critico è proprio questo: si rincorre un modello che non esiste. La pelle non è un filtro, ma un organo con caratteristiche uniche, biologiche e personali. Ignorarlo significa entrare in un circolo vizioso difficile da fermare.

Intanto piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sono diventate una sorta di “motore di ricerca” per problemi dermatologici. Il problema? Molti contenuti non sono verificati e si basano su esperienze personali, non su evidenze scientifiche.

Il pericolo del “fai da te”

Secondo Maria Concetta Fargnoli, fino all’80% dei pazienti cerca informazioni online prima di rivolgersi a uno specialista. Il rischio è evidente: autodiagnosi sbagliate e trattamenti improvvisati, spesso inefficaci o addirittura dannosi.

Anche le app che promettono di analizzare nei o lesioni cutanee possono creare false sicurezze. Ma una diagnosi vera non si basa su una foto: serve una valutazione completa, che tenga conto della storia clinica e del contesto del paziente.

Il punto fermo resta uno

In un mondo dove tutto sembra immediato e filtrato, il dermatologo resta una figura centrale. Perché la pelle non è un contenuto social: è salute, identità e realtà.

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