I benefici fisici e mentali del golf – Qui Salute Magazine
Il golf è spesso associato a un passatempo rilassante, ma pochi sanno che può offrire numerosi benefici per la salute fisica e mentale. Camminare per chilometri su campi immersi nel verde, mantenere una postura corretta durante lo swing e concentrarsi su ogni colpo contribuiscono a migliorare la resistenza fisica, l’equilibrio e la capacità di concentrazione. Non solo: giocare a golf all’aria aperta aiuta a ridurre lo stress e a favorire il benessere mentale.
Ma dietro a questo sport c’è un’intera scienza del movimento e della tecnica, come ci racconta Federico Buzzi, maestro PGAI con oltre 35 anni di esperienza. Dopo una breve carriera nel Challenge Tour europeo, Buzzi ha dedicato parte della sua vita all’insegnamento di questo sport, sviluppando un metodo unico influenzato dalla sua formazione artistica. “Durante gli studi all’Accademia delle Belle Arti, ho approfondito l’anatomia umana in movimento, alla facoltà di Architettura la meccanica dei sistemi strutturali e dei solidi, compresi concetti come la relazione fra tensioni e deformazioni.”, spiega. Questa base gli ha permesso di unire arte e tecnica in un approccio che vede il golf come un esercizio di precisione e fluidità. Ma cosa rende il metodo di Buzzi così particolare? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui. “La filosofia che guida il mio metodo di insegnamento nel golf si basa su una visione classica e ciclica della storia. Anche i migliori coach di oggi si ispirano agli swing dei grandi campioni degli anni ‘50 e ‘60. La tecnologia delle attrezzature è cambiata, certo, il che permette alla palla di andare più lontano, ma il corpo umano è rimasto lo stesso”.
Un approccio diverso per ogni giocatore
“Non credo che esista un concetto universale di movimento unico e perfetto che possa essere applicato a tutti i giocatori. Ogni individuo è diverso, e un maestro di golf dovrebbe essere come un sarto, capace di cucire su misura l’insegnamento in base alle caratteristiche di ciascun allievo. Nella storia del golf, abbiamo visto campioni con swing completamente diversi tra loro, eppure tutti efficaci. Uno degli errori dell’insegnamento moderno, a mio avviso, è il tentativo di imporre posizioni standardizzate a tutti i giocatori, indipendentemente dalle loro capacità o dal livello di esperienza. Questo approccio è particolarmente inadeguato per i giocatori occasionali o per le persone più anziane, che hanno bisogni e limiti diversi. Inoltre, c’è un abuso del concetto secondo cui è la rotazione del corpo a far volare la palla. È vero, la rotazione è il motore, ma sono le piccole leve, cioè le mani e le braccia, a gestire e trasmettere l’energia alla palla. Se queste non sono educate a compiere i movimenti di base corretti, tutta la rotazione del corpo diventa inutile sforzo.
Per questo, credo che si debba tornare ai metodi “antichi”, che ponevano molta attenzione prima di tutto a educare le mani e a integrare l’azione con la rotazione del corpo”.
I primi consigli per chi si approccia al golf
“Il primo consiglio che do ai miei allievi, oltre agli aspetti tecnici, è l’importanza della pazienza, elemento fondamentale, sia per affrontare il gioco che per superare le difficoltà del percorso. Dal punto di vista tecnico, metto grande enfasi sull’impugnatura e sul lavoro di mani e braccia, che sono cruciali per trasmettere il giusto impulso alla palla. Un altro aspetto chiave è l’equilibrio dinamico, ossia come il corpo mantiene il proprio assetto nello spazio e come il peso si sposta durante lo swing.
Per quanto riguarda la gestione delle difficoltà mentali, come la pressione e la frustrazione, queste sono inevitabili in ogni attività agonistica. In alcuni sport, come il pugilato, lo stress si scarica subito durante l’incontro. Nel golf, invece, non c’è un contatto fisico diretto, e le difficoltà derivano soprattutto dalla mente. Per questo motivo, a chi non ha ambizioni agonistiche, suggerisco un approccio più ludico. Un buon esempio è l’atteggiamento degli inglesi, che giocano con gli amici per divertirsi e, dopo la partita, si godono una birra insieme, prendendosi in giro per gli errori e celebrando i colpi riusciti. Questo è lo spirito giusto per vivere il golf in modo sereno e piacevole.
Dal punto di vista psicologico, molti giovani golfisti potrebbero trarre beneficio dall’affrontare con serietà anche altri aspetti della loro vita, come lo studio, in modo da sviluppare la concentrazione e la disciplina, qualità fondamentali anche nel golf. Un esempio concreto di questo sono i fratelli Molinari, che sono entrambi ingegneri e hanno gestito con successo sia i loro studi che le loro carriere nel golf ai massimi livelli”.
L’utilizzo della tecnologia nel golf
“La tecnologia può essere un’arma vincente, ma solo a certi livelli. Per i giocatori professionisti, o per quelli con il potenziale per raggiungere quel livello, la tecnologia permette di allineare la percezione del movimento con la realtà, permettendo un’analisi precisa dei dettagli tecnici. Per tutti gli altri, però, l’eccesso di dati può essere dannoso. Il giocatore medio o principiante deve concentrarsi maggiormente sui fondamentali. Inondare gli allievi con troppi numeri crea confusione e li distrae dalle cose davvero importanti, come la postura, l’equilibrio e la consistenza del colpo. È fondamentale insegnare a “sentire” il colpo e a sviluppare l’istinto prima di concentrarsi sui dettagli tecnici avanzati.
La tecnologia, pur utile, spesso distrae i giocatori dalla strategia di gioco, che è cruciale. Per avere una buona strategia, bisogna “vedere” la buca dall’alto, capire dove sono i margini di errore, scegliere il colpo giusto in base alla situazione del campo e non solo in base alla distanza. Vedo molti giocatori usare bastoni improbabili attorno al green. Questo porta a scelte sbagliate e frustrazione, come se il gioco ideale fosse una collezione di colpi perfetti, quando in realtà il golf è un gioco di errori ben gestiti.
Come diceva Ben Hogan, non è vero che tutti i suoi colpi erano perfetti. Quando giocava bene, uno o due colpi uscivano esattamente come previsto in un giro di 18 buche. Il resto erano errori giocati bene. Un giocatore forte non elimina gli errori, ma li gestisce meglio!”
Quali sono state le sue figure di riferimento?
“Durante il mio percorso, i miei mentori sono stati principalmente tre e ognuno di loro ha avuto una grandissima influenza su di me: il primo è stato Silo Gori, è stato il mio primo maestro da bambino che attraverso i suoi racconti mi ha insegnato ad amare la storia del Golf. Poi Ugo Grappasonni, maestro di mia madre, ottima golfista, e giocatore di altissimo livello negli anni ‘50, da lui ho imparato davvero tanto, e persino quando frequentavo la Scuola Nazionale di Golf, sono tornato da lui per ulteriori lezioni.
Un altro insegnante che cito spesso è Roberto Paris, che mi ha segnato profondamente. L’ho incontrato nel 1974 ad Arenzano, dove è stato per una stagione e da cui ho preso alcune lezioni. Per me è stato fondamentale: è stato lui a convincermi che potevo giocare bene e che il mio successo dipendeva solo da me. Tutti e tre avevano uno swing classico, bellissimo e timeless”.

