Il reflusso gastroesofageo è una condizione comune che colpisce milioni di persone in tutto il mondo. Caratterizzato da sintomi spiacevoli come bruciore di stomaco, rigurgito acido e dolore toracico, il reflusso può avere un impatto significativo sulla qualità della vita delle persone.

Quasi il 25% della popolazione mondiale, e in Italia una percentuale stimata tra il 23 e il 26%, riporta sintomi correlati al reflusso gastroesofageo almeno due o più volte a settimana. Questa condizione si manifesta con bruciore retrosternale o pirosi, rigurgito e sensazione di dolore retrosternale, causati dal ritorno del contenuto gastrico nell’esofago, con un’eccessiva acidità nel luogo sbagliato. La Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE) dedicherà una sessione al tema durante il 30° Congresso Nazionale delle Malattie Digestive, organizzato dalla Federazione Italiana delle Società delle Malattie dell’Apparato Digerente (FISMAD).

“I soggetti che ne soffrono non sono ipersecretori di acido ma hanno praticamente una perdita dei fisiologici meccanismi che impediscono il passaggio di contenuto gastrico nell’esofago”, spiega Nicola De Bortoli, professore di Gastroenterologia dell’Università di Pisa.

“Tutti noi – continua – abbiamo una minima quantità di reflussi durante la giornata, che sono fisiologici e come tali non sono percepiti. Quando si sviluppano sintomi questi devono essere indagati per ottenere una diagnosi per quanto possibile precisa e corretta”. Fra i fattori di rischio della malattia da reflusso gastroesofageo si annoverano il sovrappeso, l’obesità e il fumo di tabacco.

In occasione del Congresso, dove verranno illustrate le più recenti linee guida della Consensus di Lione, che coinvolge come italiani co-autori lo stesso De Bortoli e il prof. Edoardo Savarino dell’Università degli Studi di Padova, queste invitano ad eseguire una diagnosi oggettiva della malattia da reflusso gastroesofageo e una terapia medica con inibitori di pompa protonica solo per i pazienti realmente affetti.

Falsi miti sulla dieta

“Dal punto di vista alimentare – osserva il prof. De Bortoli – diciamo che nel corso degli anni è stata consigliata l’eliminazione di alimenti definiti “trigger” in modo abbastanza opinabile. In passato è stato suggerito di non mangiare agrumi e pomodoro, non consumare caffè, menta, cioccolato, cipolla, aglio, etc. Oggi possiamo dire che tutto questo non è mai stato supportato da evidenza scientifica. Le recenti linee guida statunitensi dell’American College of Gastroenterology ci dicono che non ci sono degli alimenti trigger per definizione, piuttosto il soggetto deve individuare nella propria alimentazione quelli che sono i cibi che gli evocano più facilmente i sintomi e quindi eliminarli o ridurne il consumo”.

Gli italiani, la dieta e il reflusso gastrico

Innanzitutto, se aderissimo effettivamente alla dieta mediterranea e alle linee guida dell’OMS sul consumo di frutta e verdura, teoricamente potremmo ridurre i tassi di prevalenza della malattia. Inoltre, sulla base delle evidenze scientifiche, possiamo affermare che una ridotta assunzione di proteine animali nella nostra dieta, senza fare distinzione tra carne rossa e bianca, potrebbe essere consigliabile. Allo stesso modo, un consumo moderato di vino (circa 125 ml a pasto) non sembra presentare controindicazioni.

“Quel che è certo – osserva il docente – è che un elemento importante è il peso corporeo. Se un soggetto è affetto da sovrappeso come primo approccio deve necessariamente ridurre, anche solo del 10% in sei mesi, il peso corporeo per guadagnare un migliore controllo dei sintomi e una riduzione della necessità del consumo di farmaci”.

Diagnosi e terapia

Le linee guida internazionali sottolineano che persone con sintomi come pirosi, rigurgito e dolore toracico potrebbero essere affette da malattia da reflusso, ma è fondamentale escludere patologie cardiache per determinare l’origine del dolore toracico. Il medico di medicina generale può raccomandare una terapia di primo livello con inibitori della pompa protonica a dosaggio standard per 4-8 settimane, se il paziente presenta tali sintomi. È importante ridurre gradualmente questa terapia nel giro di qualche mese attraverso un lento e progressivo tapering.

“Nel caso il soggetto vada incontro a una recidiva – continua – è necessario fare una diagnosi oggettiva che prevede la prescrizione, previa visita gastroenterologica, di un’endoscopia digestiva superiore da eseguire dopo la sospensione di farmaci inibitori di pompa protonica per almeno 3-4 settimane. In caso di endoscopia negativa, dobbiamo approfondire il quadro mediante esami di fisiopatologia esofagea. Se invece il soggetto dopo l’endoscopia presenta una diagnosi di esofagite medio-severa (Classificazione di Los Angeles di grado B, grado C e D) allora si può confermare la diagnosi. In alternativa, il soggetto deve eseguire una manometria esofagea e una pH-impedenzometria delle 24 ore, al fine di evidenziare la presenza di una esposizione patologica all’acido”.

Opzioni chirurgiche

La terapia chirurgica svolge un ruolo cruciale, soprattutto grazie a due tipi di intervento che hanno dimostrato la loro efficacia anche a distanza di più di cinque anni. Attualmente, la chirurgia è considerata la prima opzione per i pazienti affetti da malattia da reflusso di tipo refrattario, cioè coloro che presentano sia sintomi sia esposizione patologica all’acido nonostante un trattamento medico anti-reflusso ottimale.