Dimagrire è spesso molto più complicato che prendere peso. Non si tratta soltanto di forza di volontà: secondo due studi presentati all’International Congress on Obesity (ICO 2026) di Città del Messico, alla base dell’epidemia di obesità ci sono precisi meccanismi biologici, alimentati dalla diffusione dei cibi ultra-processati.
Le ricerche mostrano come questi alimenti riescano ad alterare i naturali sistemi di regolazione dell’organismo, favorendo un consumo eccessivo di calorie e rendendo, allo stesso tempo, la perdita di peso sempre più difficile.
Ingrassare e dimagrire: il ruolo dei cibi ultra-processati
Uno degli studi, coordinato da Boyd Swinburn dell’Università di Auckland, si basa sulla cosiddetta “Synergistic Systems Theory”. Secondo questa teoria, l’obesità nasce dall’interazione tra due sistemi: da una parte l’industria degli alimenti ultra-processati, dall’altra i meccanismi con cui il corpo controlla fame ed energia.
I prodotti ultra-processati sono studiati per essere molto appetibili, ricchi di calorie e facili da consumare rapidamente. Questo porta al cosiddetto “iperconsumo passivo”, ovvero assumere più energia del necessario senza rendersene conto. Quando il peso aumenta, l’organismo reagisce poco; quando invece si cerca di dimagrire, il metabolismo rallenta e aumenta il senso di fame. È il cosiddetto “effetto cricchetto”, che rende molto più semplice ingrassare rispetto a perdere i chili accumulati.
Le possibili soluzioni
Per Swinburn, contrastare l’obesità richiede interventi che vadano oltre le scelte individuali. Tra le misure suggerite figurano tasse sulle bevande zuccherate, etichette di avvertimento sui prodotti e limiti alla pubblicità del junk food rivolta ai bambini.
Lo studioso sottolinea inoltre il potenziale dei farmaci a base di GLP-1, che agiscono direttamente sui meccanismi che regolano l’appetito e potrebbero contribuire a ridurre la diffusione dell’obesità, soprattutto se diventeranno più accessibili.
Il prezzo pagato dal cuore
Un secondo studio, realizzato dall’Università di Montreal e pubblicato sull’American Journal of Preventive Medicine, ha invece analizzato l’impatto degli ultra-processati sulla salute cardiovascolare in Canada.
Secondo i ricercatori, tra il 23% e il 38% degli infarti e degli ictus sarebbe collegato al consumo di questi alimenti, con migliaia di decessi ogni anno. Le stime indicano che dimezzarne il consumo potrebbe evitare fino a 8.300 morti annuali per cause cardiovascolari. Dati riferiti al Canada, ma ritenuti plausibili anche in altri Paesi con abitudini alimentari simili.
Una sfida che riguarda l’intera società
Gli autori sottolineano che la responsabilità non può ricadere esclusivamente sui cittadini. L’educazione alimentare è importante, ma da sola non basta: servono politiche pubbliche capaci di favorire un’alimentazione più sana e limitare la diffusione degli alimenti ultra-processati.
Esperienze come quelle di Cile e Messico dimostrano che strumenti come etichette di avvertimento e tasse sulle bevande zuccherate possono ridurre concretamente il consumo di prodotti poco salutari. Il messaggio delle due ricerche è chiaro: se ingrassare è favorito da un sistema costruito per spingere a mangiare di più, la lotta all’obesità deve partire soprattutto dall’ambiente alimentare, e non dalla semplice forza di volontà delle persone.

