Da oltre quarant’anni la Fondazione Gigi Ghirotti rappresenta un punto di riferimento nel panorama italiano delle cure palliative e dell’assistenza ai pazienti affetti da malattie in fase avanzata. Nata con l’obiettivo di migliorare il trattamento del dolore nei malati oncologici e garantire una presa in carico più umana e continuativa, la fondazione ha progressivamente ampliato le proprie attività, sviluppando servizi di assistenza domiciliare e strutture hospice dedicate ai casi più complessi.
Nella nuova puntata di Qui Talk condotta da Rosanna Piturru, il Prof. Franco Henriquet, presidente e fondatore della fondazione, ripercorre l’origine del progetto, l’evoluzione dell’assistenza negli ultimi decenni e le sfide future legate alla sostenibilità delle cure palliative.
Professore, la Fondazione Gigi Ghirotti è una realtà conosciuta in tutta Italia. Come la descriverebbe a chi ancora non la conosce?
La Gigi Ghirotti è una fondazione che si occupa principalmente di pazienti affetti da malattie gravi e in fase avanzata, che necessitano di cure continuative ma che spesso non possono o non devono essere ricoverati in ospedale.
Il nostro lavoro consiste soprattutto nell’assistenza domiciliare: seguiamo i malati direttamente nelle loro case, in collaborazione con i medici ospedalieri di riferimento. Oggi, infatti, gli ospedali hanno sempre meno disponibilità per ricoveri prolungati in queste situazioni, e molte persone affrontano la malattia nel proprio ambiente domestico.
Per questo è fondamentale garantire supporto clinico, assistenziale e relazionale sia ai pazienti sia alle loro famiglie, affinché possano affrontare la malattia nel modo più dignitoso e sereno possibile.
La fondazione opera da oltre quarant’anni. Cosa la spinse, all’epoca, a scegliere il modello dell’assistenza domiciliare?
La decisione nacque dall’esperienza che ebbi quando lavoravo come anestesista all’Ospedale San Martino. In quegli anni osservavo una scarsa attenzione nei confronti dei malati oncologici, soprattutto per quanto riguardava il controllo del dolore.
La nostra associazione – che oggi è diventata una fondazione – nacque proprio con l’obiettivo di migliorare la terapia del dolore nei pazienti oncologici in fase avanzata. Spesso le terapie somministrate erano inadeguate rispetto all’intensità della sofferenza.
In particolare, la morfina veniva utilizzata molto raramente: era conservata sotto chiave negli armadietti e impiegata quasi esclusivamente nelle emergenze, come nel caso di infarti cardiaci o coliche renali severe. Non veniva invece programmata come trattamento continuativo per i malati oncologici, che avrebbero avuto bisogno di una somministrazione regolare nel corso della giornata e nei giorni successivi.
Il nostro primo impegno è stato quindi quello di garantire ai pazienti i farmaci più appropriati per il controllo del dolore severo.
Oltre all’assistenza domiciliare, la fondazione gestisce anche strutture hospice. Come sono nate?
Quando abbiamo avviato l’associazione non avevamo ancora gli hospice. Con il tempo ci siamo però resi conto che alcune situazioni cliniche erano difficilmente gestibili a domicilio.
Per questo abbiamo deciso di creare strutture residenziali dedicate ai pazienti che non potevano più essere assistiti a casa, ad esempio perché privi di una rete familiare adeguata o perché seguiti da familiari molto anziani.
Abbiamo quindi aperto due hospice: il primo a Bolzaneto, tra il 2000 e il 2001, con 12 posti letto, e successivamente un secondo hospice ad Albaro, con 18 posti letto. Complessivamente oggi disponiamo di 30 posti letto destinati ai pazienti che necessitano di cure palliative residenziali.
Qual è oggi l’entità dell’attività della fondazione?
L’assistenza domiciliare rappresenta ancora la parte prevalente del nostro lavoro. Ogni anno seguiamo mediamente circa 1.500 pazienti nelle loro abitazioni.
In qualsiasi momento abbiamo in carico tra 500 e 600 pazienti al giorno, il che comporta un impegno organizzativo e professionale molto significativo.
A questi si aggiungono i ricoveri negli hospice, che sono mediamente circa 500 all’anno. Complessivamente, quindi, la fondazione assiste circa 2.000 pazienti ogni anno.
Ci sono nuovi progetti per il futuro?
Il progetto più imminente riguarda l’acquisto della struttura che ospita l’hospice di Albaro. Attualmente l’edificio appartiene a Carige e la destinazione d’uso come hospice scadrà nel 2030.
Per garantire la continuità delle attività e assicurare che la struttura resti destinata alle cure palliative, stiamo finalizzando l’acquisto dell’immobile. Questo ci permetterà anche di avere nuovi spazi per sviluppare ulteriori attività sempre a favore dei pazienti che necessitano di cure palliative.
Quanto sono importanti le donazioni per sostenere queste attività?
Le donazioni sono fondamentali. Abbiamo una convenzione con l’ASL territoriale genovese che prevede contributi pubblici, ma queste risorse non sono sufficienti a coprire tutte le spese legate all’assistenza.
Negli ultimi anni, inoltre, i finanziamenti pubblici si sono ridotti a causa della scarsità di risorse disponibili. Per questo dobbiamo necessariamente affidarci alla generosità dei cittadini, alle donazioni e soprattutto ai lasciti testamentari, che rappresentano una parte molto importante del nostro sostegno economico.
Lei ha dedicato gran parte della sua vita a questo progetto. Posso chiederle quanti anni ha?
Sono nato nel 1930, quindi oggi ho 95 anni e mi avvicino ai 96. È un’età importante e naturalmente il lavoro si fa sentire, ma finché avrò la possibilità e le forze continuerò a dedicarmi a questa attività che accompagna la mia vita professionale fin dall’inizio.
L’esperienza della Fondazione Gigi Ghirotti dimostra come l’assistenza domiciliare e le cure palliative rappresentino un modello essenziale per garantire qualità di vita ai pazienti con malattie avanzate. Un impegno che unisce competenze cliniche, supporto umano e collaborazione tra sistema sanitario, volontariato e comunità.

