mercoledì, Febbraio 18, 2026

Tumore al seno: con i test genomici meno chemioterapie e oltre 30 milioni di euro risparmiati ogni anno

Uno studio condotto dall’Università Cattolica di Roma evidenzia come l’impiego dei test genomici per il riconoscimento del tumore al seno in fase precoce riduca i costi sanitari del 57% e migliori la qualità della cura per migliaia di pazienti italiane.

L’introduzione dei test genomici nel percorso terapeutico delle pazienti con tumore al seno ormonoresponsivo in stadio precoce rappresenta una svolta non solo dal punto di vista clinico, ma anche economico e sociale. Secondo i dati preliminari presentati nel corso del convegno nazionale Next Perspectives, organizzato con la partecipazione di oltre cento specialisti e promosso da importanti realtà del settore oncologico come la Foce (Confederazione degli Oncologi, Cardiologi ed Ematologi), l’utilizzo di questi test consente di evitare trattamenti di chemioterapia non necessari, migliorando al tempo stesso la qualità della vita delle pazienti e riducendo sensibilmente i costi per il Sistema Sanitario Nazionale.

Lo studio, condotto da Altems – l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma – ha preso in considerazione in particolare l’utilizzo del test genomico Oncotype DX, uno strumento di profilazione molecolare che permette di analizzare l’espressione genetica del tumore e di valutare con maggiore precisione la necessità di ricorrere alla chemioterapia dopo l’intervento chirurgico.

Nel dettaglio, l’adozione sistematica di questo tipo di test consente una riduzione della spesa sanitaria e sociale pari al 57%, con un abbattimento dei costi che passa da 2.106 a 906 euro per paziente. Questo si traduce in un risparmio medio di circa 1.200 euro a persona. Su scala nazionale, l’impatto è ancora più evidente: la spesa complessiva annua per il trattamento del carcinoma mammario può essere ridotta da oltre 53 milioni a circa 23 milioni di euro, generando un risparmio complessivo di oltre 30 milioni di euro all’anno.

Questi dati mettono in luce non solo l’efficacia dei test genomici nella personalizzazione delle terapie oncologiche, ma anche il loro enorme potenziale nel contenimento dei costi a carico delle strutture sanitarie pubbliche e, indirettamente, anche della società e dei caregiver. Le cure oncologiche, infatti, non comportano solo una spesa medica diretta, ma anche un costo sociale legato alla perdita di produttività, all’assistenza continua da parte dei familiari e all’impatto psicologico che trattamenti pesanti come la chemioterapia possono avere sulle pazienti e sul loro ambiente di vita.

Nonostante il valore scientifico e pratico dei test genomici sia ormai consolidato nella comunità medica, permangono ancora ostacoli significativi al loro accesso. Attualmente, circa 13.000 donne ogni anno in Italia potrebbero beneficiare di questi test, ma non tutte riescono ad accedervi in modo tempestivo. Nel 2024, infatti, molte pazienti non hanno avuto la possibilità di sottoporsi a questo esame fin dall’inizio del loro percorso di cura, perdendo così l’opportunità di ricevere una terapia realmente personalizzata.

Francesco Cognetti, presidente della Foce, ha sottolineato l’urgenza di rendere i test genomici una prestazione strutturata e garantita all’interno dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che sono attualmente in fase di aggiornamento. La loro inclusione ufficiale nei LEA rappresenterebbe un passo fondamentale per assicurare pari accesso a tutte le pazienti italiane, superando le disomogeneità territoriali e assicurando una reale equità nell’assistenza oncologica.

Dal punto di vista scientifico, i test genomici si configurano come analisi molecolari avanzate, capaci di indagare il profilo genetico del tumore e fornire indicazioni preziose sull’efficacia potenziale della chemioterapia. In pratica, grazie a queste informazioni, i medici possono distinguere con maggiore accuratezza le pazienti che trarrebbero beneficio dalla chemioterapia da quelle per le quali il trattamento sarebbe inutile o addirittura dannoso. Questo approccio consente non solo di evitare effetti collaterali inutili, ma anche di focalizzare le risorse sanitarie su interventi realmente efficaci.

L’esperienza clinica e i dati scientifici raccolti finora confermano che l’integrazione dei test genomici nella pratica clinica quotidiana può migliorare l’efficienza complessiva del sistema sanitario. È dunque fondamentale che le istituzioni sanitarie, insieme ai professionisti del settore, continuino a lavorare per garantire l’accesso omogeneo a questi strumenti innovativi su tutto il territorio nazionale. Si tratta, in definitiva, di una sfida di civiltà e razionalità, in cui innovazione, sostenibilità economica e attenzione alla qualità della vita delle pazienti possono e devono procedere di pari passo.

Articoli correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Ultimi articoli