Melanoma uveale: cos’è, quando compare e quali segnali non ignorare

Ogni anno, in Italia, circa 400 persone scoprono di avere un melanoma uveale, il tumore maligno intraoculare più comune negli adulti. Si tratta di una patologia subdola, che spesso non dà sintomi evidenti, ma che rende fondamentale una diagnosi precoce per salvare l’occhio e ridurre il rischio di metastasi.

Questo tumore si sviluppa all’interno del bulbo oculare e colpisce soprattutto tra i 55 e i 65 anni. È invece raro nei più giovani e negli anziani oltre i 75 anni.

I segnali da non sottovalutare

In alcuni casi il melanoma può manifestarsi come una macchia scura sull’iride o come una lesione visibile, talvolta ricca di vasi sanguigni. Più frequentemente, però, cresce all’interno dell’occhio e dà sintomi poco specifici: un calo della vista, lampi luminosi o disturbi visivi generici.

C’è poi un dato che fa riflettere: circa un terzo dei pazienti non avverte alcun sintomo e scopre la malattia per caso, durante una visita oculistica di routine. Ecco perché i controlli periodici dall’oculista restano uno strumento fondamentale di prevenzione.

Le terapie oggi disponibili

Il trattamento principale è la radioterapia, scelta in base alla posizione e alle dimensioni del tumore, oltre che alla possibilità di preservare la funzione visiva.

Tra le tecniche più utilizzate c’è la brachiterapia, che prevede l’applicazione chirurgica di una piccola placca radioattiva direttamente sull’occhio, in corrispondenza del tumore. In alternativa, si può ricorrere alla radioterapia con protoni, una tecnologia molto precisa che consente di colpire il tumore risparmiando i tessuti sani circostanti.

Questa seconda opzione è particolarmente indicata nei casi più complessi, ad esempio quando il melanoma è vicino al nervo ottico o ha dimensioni importanti.

Le nuove frontiere della radioterapia

Negli ultimi anni sono arrivate anche tecniche più avanzate e meno invasive, come la radioterapia stereotassica con CyberKnife. Si tratta di un trattamento altamente mirato, disponibile in centri specializzati, che sta mostrando risultati sempre più solidi e rappresenta un’alternativa valida per pazienti selezionati.

In Italia, un punto di riferimento per la protonterapia è oggi il CNAO di Pavia, che ha ridotto la necessità, un tempo frequente, di recarsi all’estero per questo tipo di cure.

Il nodo delle metastasi

Le terapie attuali permettono di controllare il tumore localmente in circa il 90-95% dei casi, salvando nella maggior parte delle situazioni il bulbo oculare. Tuttavia, la radioterapia può nel tempo compromettere la vista, soprattutto se coinvolge strutture delicate come la macula o il nervo ottico.

Il vero problema, però, resta il rischio di metastasi, che può arrivare fino al 50% dei pazienti. Quando si sviluppano, nel 90% dei casi colpiscono il fegato e hanno purtroppo una prognosi sfavorevole.

Il nuovo farmaco in sperimentazione

Proprio per migliorare questi scenari, la ricerca sta puntando su terapie innovative. Tra queste c’è un nuovo farmaco sperimentale, belzupacap sarotalocan, attualmente in fase 3 di studio.

Si tratta di una molecola innovativa che combina terapia mirata e attivazione del sistema immunitario. Viene iniettata direttamente nell’occhio e si lega alle cellule tumorali. Successivamente, attraverso un laser a luce infrarossa, viene attivata per distruggere selettivamente il tumore, risparmiando i tessuti sani.

I primi risultati sono promettenti: controllo della malattia nell’80% dei casi e mantenimento della capacità visiva nel 90% dei pazienti, con effetti collaterali minimi.

Verso un cambio di approccio

Oggi il melanoma uveale viene trattato quando mostra segni di crescita, quindi quando è già considerato pericoloso. L’obiettivo futuro, però, è anticipare l’intervento.

Questo nuovo approccio punta a trattare anche le lesioni più piccole o “sospette”, con due vantaggi chiave: preservare meglio la vista ed eventualmente ridurre il rischio di metastasi.

Al momento non esistono ancora terapie approvate per le fasi precoci della malattia che garantiscano anche la salvaguardia della vista. Ma se gli studi in corso confermeranno i risultati iniziali, si potrebbe arrivare a un vero cambio di paradigma nella gestione di questo tumore.

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