mercoledì, Febbraio 18, 2026

Leucemia secondaria da terapie oncologiche: un nuovo studio apre la strada alla prevenzione

Grande risultato da parte della ricerca italiana – Qui Salute Magazine

Durante il congresso SWG Secondary AML promosso dall’European Hematology Association (EHA) a Berlino, la dottoressa Elisabetta Todisco, responsabile dell’Ematologia e del Dipartimento Oncologico dell’ASST Valle Olona, ha illustrato nuove evidenze scientifiche sul legame tra alcuni farmaci antitumorali e la comparsa di forme secondarie di neoplasie mieloidi.

Il focus sui farmaci

Il focus è sugli inibitori di PARP, molecole utilizzate nel trattamento di tumori con mutazioni BRCA (seno, ovaio, prostata). Questi farmaci si sono dimostrati efficaci nel colpire selettivamente le cellule tumorali, ma al tempo stesso potrebbero avere effetti dannosi sulle cellule staminali ematopoietiche del midollo osseo, aumentando il rischio di sviluppare neoplasie mieloidi secondarie, come evidenziato dallo studio guidato dalla dott.ssa Todisco.

Su che cosa si è concentrato il nuovo studio?

La ricerca ha analizzato il profilo genetico clonale di pazienti con carcinoma ovarico trattate inizialmente con carboplatino e successivamente con una terapia di mantenimento a base di inibitori di PARP. L’obiettivo era comprendere se la presenza di mutazioni somatiche preesistenti potesse predire lo sviluppo di queste complicanze ematologiche.

Attualmente è in corso uno studio longitudinale, in collaborazione con l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO), che prevede l’analisi di campioni di sangue periferico di donne affette da carcinoma ovarico, raccolti prima dell’inizio del trattamento e poi ogni sei mesi durante la terapia. Sono emerse sia mutazioni germinali nuove, oltre a quelle già note di BRCA, sia mutazioni associate all’ematopoiesi clonale (CH).

Le evidenze dei dati

I dati mostrano che alcune di queste mutazioni clonali tendono a scomparire nel tempo, mentre altre si consolidano. Particolare attenzione è rivolta ai geni TP53 e PPM1D, appartenenti al gruppo coinvolto nella risposta al danno del DNA (DDR – DNA Damage Response). In diversi casi, queste mutazioni non solo persistono ma aumentano di intensità (Variant Allele Frequency – VAF) nel corso del trattamento, indicando che l’esposizione prolungata agli inibitori di PARP potrebbe favorire lo sviluppo di citopenie clonali e, in seguito, di leucemie mieloidi acute.

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