Il caso di malasanità risale al 2015: come conseguenza di un clamoroso errore in fase diagnostica, la giovane rimase paralizzata dall’ictus. Dopo aver risarcito la famiglia della donna con oltre un milione di euro, l’azienda ospedaliera pugliese si è rivolta alla Corte dei Conti per rivalersi su quattro specialisti di Neurologia. Una consulenza medico-legale dovrà stabilire le responsabilità.
Era il luglio 2015 quando Patrizia Minerva, allora 24enne, arrivò al Pronto Soccorso del Policlinico di Bari con un forte mal di testa e difficoltà a esprimersi. I medici attribuirono quei sintomi a uno stato di ebbrezza da alcol: si trattava invece di un ictus, non riconosciuto in tempo utile. Undici anni dopo, la donna è tetraplegica, vigile e cosciente ma quasi interamente paralizzata, in grado di comunicare solo attraverso un puntatore laser. Dopo aver risarcito la famiglia con oltre un milione di euro nel 2020, il Policlinico ha ora chiesto alla Corte dei Conti di accertare le responsabilità di quattro medici del reparto di Neurologia, che potrebbero dover restituire all’azienda ospedaliera il danno erariale causato dall’errore.
Diagnosi sbagliata e ore perse furono decisive
In quel mattino di undici anni fa, Minerva alternava momenti di riso e pianto, non scandiva bene le parole, appariva poco collaborativa: segnali che il personale sanitario interpretò come gli effetti di una notte brava, piuttosto che come sintomi neurologici da approfondire con urgenza. La donna fu lasciata in attesa per tre ore e venti minuti prima di essere sottoposta a una risonanza magnetica, e solo dopo aver atteso l’esito di un esame tossicologico. Durante l’esame, inoltre, i medici omisero il mezzo di contrasto perché la paziente risultava “agitata”. Nei giorni successivi le sue condizioni precipitarono rapidamente, fino all’esito che le ha cambiato per sempre la vita.
Processo penale e prescrizione
Sul caso si è aperto un procedimento penale che ha coinvolto quattro professionisti: l’allora direttore del reparto di Neurologia Vito Covelli, la neuroradiologa Liboria Garofalo e le neurologhe Maria Roca e Beatrice Pastore, accusati di aver sottovalutato i sintomi della paziente. Il processo si è concluso con l’assoluzione di tre dei quattro imputati in primo grado; l’unica condanna, tre mesi inflitti a Maria Roca, è stata poi annullata in Appello per intervenuta prescrizione. Nessuno, quindi, è stato riconosciuto colpevole in via definitiva in sede penale.
Il risarcimento e la richiesta di rivalsa
Senza attendere l’esito della causa civile, nel 2020 il Policlinico di Bari ha scelto di riconoscere le proprie responsabilità e ha liquidato alla famiglia di Minerva un risarcimento di oltre un milione di euro. Una decisione che, se da un lato ha garantito un ristoro economico alla donna, dall’altro ha generato per l’azienda ospedaliera un danno erariale – ovvero, una perdita patrimoniale a carico delle casse pubbliche. È su questo fronte che si gioca ora la partita più recente. Il Policlinico si è rivolto alla Corte dei Conti chiedendo di accertare se e in che misura i quattro medici coinvolti nella vicenda debbano risarcire l’ente per la somma versata.
Cosa deciderà la Corte dei Conti
La Corte dei Conti ha dichiarato ammissibile la citazione avanzata dalla Procura contabile e ha disposto una consulenza tecnica d’ufficio, un accertamento medico-legale che dovrà essere depositato entro sei mesi prima che il giudizio prosegua. Sarà proprio questa perizia a stabilire se la catena di errori diagnostici sia effettivamente attribuibile ai quattro sanitari e, di conseguenza, se dovranno rispondere economicamente del danno causato all’azienda ospedaliera. Si tratta di un procedimento distinto da quello penale, già concluso senza condanne definitive; la responsabilità amministrativo-contabile segue infatti criteri e finalità diverse, orientate a verificare un eventuale danno alle casse pubbliche piuttosto che una colpa penale.
Una vita spezzata
A distanza di undici anni, la vicenda di Patrizia Minerva resta un caso emblematico di quanto un errore diagnostico possa cambiare irreversibilmente il corso di una vita umana. Un margine di poche ore di valutazioni errate fu sufficiente a trasformare un ictus trattabile in una condizione irreversibile e tragica.
Mentre la giustizia penale ha chiuso i conti con la prescrizione, quella contabile riapre ora la questione da un’altra angolazione, cercando di stabilire chi debba rispondere, almeno sul piano economico, di una diagnosi che poteva – e doveva – essere diversa.

