Sentirsi in forma non significa necessariamente avere tutti i parametri di salute nella norma. Ipertensione arteriosa, alterazioni della glicemia e colesterolo LDL elevato possono non provocare disturbi evidenti, soprattutto nelle fasi iniziali. Eppure, se persistono nel tempo, possono contribuire ad aumentare il rischio di malattie cardiovascolari e di danni ad altri organi.
Queste condizioni sono diverse tra loro, ma hanno un aspetto in comune: non sempre è possibile riconoscerle sulla base dei sintomi. Per questo la prevenzione non può dipendere soltanto da come ci si sente. Misurazioni ed esami appropriati, scelti in base all’età, alla storia clinica e ai fattori di rischio, permettono di individuare eventuali alterazioni e valutare se sia necessario intervenire.
Pressione arteriosa: l’ipertensione spesso non dà sintomi
L’ipertensione è caratterizzata da valori pressori persistentemente elevati. Non è possibile stabilire se la pressione sia alta in base alla presenza o all’assenza di mal di testa, vertigini o stanchezza: questi disturbi, quando presenti, possono avere molte altre cause.
Secondo i criteri riportati dal Ministero della Salute sulla base delle linee guida europee ESH 2023, nell’adulto una pressione misurata in ambulatorio pari o superiore a 140 mmHg di sistolica, la cosiddetta massima, e/o a 90 mmHg di diastolica, la minima, rientra nell’intervallo dell’ipertensione. La valutazione deve comunque tenere conto del metodo di misurazione e del quadro clinico; spesso sono necessarie misurazioni ripetute o un monitoraggio domiciliare o nelle 24 ore.
Quando non viene controllata, l’ipertensione può aumentare il rischio di ictus, infarto, insufficienza cardiaca e danno renale. Il controllo regolare della pressione permette di riconoscere il problema e, quando indicato, intervenire con modifiche dello stile di vita e terapie prescritte dal medico.
Glicemia: il diabete di tipo 2 può svilupparsi senza segnali evidenti
La glicemia misura la concentrazione di glucosio nel sangue. Quando è persistentemente elevata, può indicare un’alterazione del metabolismo del glucosio, fino al diabete. Nel diabete di tipo 2 l’esordio può essere graduale e la malattia può rimanere a lungo non diagnosticata, perché i sintomi iniziali sono spesso sfumati o assenti.
Tra gli esami utilizzati per la diagnosi ci sono la glicemia a digiuno e l’emoglobina glicata, che fornisce un’indicazione dell’andamento medio della glicemia nei mesi precedenti. Secondo i criteri diagnostici riportati dall’Istituto superiore di sanità, valori di glicemia a digiuno pari o superiori a 126 mg/dl oppure di emoglobina glicata pari o superiori al 6,5% possono soddisfare i criteri per il diabete, ma devono essere interpretati secondo le procedure di conferma previste e nel contesto clinico appropriato.
Sete intensa, aumento della quantità di urina e perdita di peso non intenzionale sono segnali da non trascurare. Non bisogna però aspettare la comparsa dei sintomi per discutere con il medico l’opportunità di effettuare controlli, soprattutto in presenza di fattori di rischio come familiarità, sovrappeso o precedenti alterazioni della glicemia.
Colesterolo: il valore totale non racconta tutta la storia
Il colesterolo è una sostanza indispensabile per l’organismo. Il problema riguarda soprattutto l’eccesso di colesterolo LDL, che può contribuire alla formazione di placche nelle arterie e favorire l’aterosclerosi. Il processo può progredire per anni senza provocare disturbi.
Gli esami del sangue permettono di valutare il profilo lipidico, che comprende colesterolo totale, LDL, HDL e trigliceridi. Non esiste però un unico obiettivo di LDL valido per tutti: il valore da raggiungere dipende dal rischio cardiovascolare complessivo e dall’eventuale presenza di malattie già diagnosticate. Le linee guida europee aggiornate nel 2025 confermano l’importanza di una valutazione del rischio individuale per orientare gli obiettivi terapeutici.
Alimentazione equilibrata, attività fisica e abolizione del fumo sono importanti per la prevenzione. In alcune persone, tuttavia, la predisposizione genetica o un rischio cardiovascolare elevato rendono necessario ricorrere anche a farmaci. Avere un peso nella norma o seguire un’alimentazione apparentemente sana non garantisce automaticamente livelli ottimali di colesterolo.
Ogni quanto fare i controlli: non esiste una regola identica per tutti
La frequenza degli accertamenti dipende da età, familiarità, condizioni cliniche e fattori di rischio. Il medico può indicare quando misurare la pressione, se effettuare esami della glicemia o del profilo lipidico e quando ripeterli. Anche eventuali precedenti cardiovascolari, diabete, malattie renali e terapie in corso modificano la valutazione.
È importante distinguere i valori utilizzati per formulare una diagnosi dagli obiettivi che si stabiliscono durante il trattamento. Un risultato appena fuori dall’intervallo di riferimento non significa sempre che sia necessario iniziare un farmaco; allo stesso modo, un valore che non provoca sintomi non deve essere ignorato. L’interpretazione spetta al professionista sanitario, che considera il quadro complessivo e l’eventuale necessità di confermare il risultato.
Non fumare, muoversi regolarmente, seguire un’alimentazione varia, limitare il consumo di sale e mantenere un peso adeguato alle proprie condizioni sono interventi che possono contribuire a ridurre il rischio cardiovascolare. Se un’alterazione è già presente, però, le sole abitudini salutari potrebbero non essere sufficienti: in alcuni casi sono necessari farmaci e controlli periodici.
La prevenzione non significa inseguire valori perfetti o sottoporsi indiscriminatamente a ogni esame disponibile. Significa conoscere i propri fattori di rischio, individuare quelli modificabili e costruire con il medico un percorso appropriato. Perché sentirsi bene è importante, ma conoscere il proprio stato di salute permette di prendere decisioni consapevoli anche prima che compaiano i sintomi.

