Rizzoli, Rossi difende la libera professione: “Il vero rischio è la privatizzazione della sanità”

Andrea Rossi, direttore generale del Rizzoli, respinge le accuse di un uso distorto della libera professione da parte dei suoi primari e invita a guardare il problema da una prospettiva più ampia. Il punto di partenza, spiega, è il rispetto di un equilibrio preciso: l’attività libero-professionale non deve superare quella istituzionale. Un equilibrio che, secondo Rossi, oggi esiste.

Se un cittadino sceglie di pagare una visita e di affidarsi a uno specialista specifico, non è qualcosa che un’azienda sanitaria possa o debba impedire. Anche perché, sottolinea, nel caso dell’ortopedia le prestazioni pubbliche non presentano criticità strutturali. La scelta del privato, spesso, dipende da altri fattori, primo fra tutti il tempo: “le liste d’attesa di alcuni nostri professionisti più richiesti arrivano a durare mesi”.

Il problema della privatizzazione della sanità

Per Rossi, dunque, il dibattito rischia di concentrarsi sul bersaglio sbagliato. A suo avviso è in atto una vera e propria demonizzazione della libera professione, mentre il fenomeno più preoccupante resta un altro: l’avanzata costante della sanità privata. “L’elefante nella stanza è la privatizzazione crescente del sistema sanitario”, avverte. Il rischio è che l’ortopedia segua la stessa traiettoria già vista nell’odontoiatria, con una progressiva riduzione delle tutele pubbliche e uno spostamento forzato dei cittadini verso il privato.

In questo scenario, la libera professione dei medici dipendenti non rappresenta il problema, ma semmai uno strumento di compensazione. Serve anche a riequilibrare economicamente un sistema che, ricorda Rossi, retribuisce i propri professionisti “a livelli infimi”. Imporre troppi vincoli, avverte, avrebbe un effetto boomerang: “se mettiamo troppi paletti, i medici se ne andranno. Nel privato o all’estero”.

Il nodo della rete di ambulatori del Rizzoli

Un altro nodo riguarda la cosiddetta “mobilità canaglia”, ovvero la rete di ambulatori del Rizzoli diffusi sul territorio nazionale, accusata di attirare pazienti da tutta Italia e di appesantire le liste d’attesa. Su questo fronte, Rossi assicura che l’azienda sta intervenendo. Sono in corso ragionamenti su collaborazioni strutturate, ad esempio con la Calabria, per decentrare le prestazioni a bassa complessità, anche attraverso strumenti come il teleconsulto. L’idea è che i professionisti del Rizzoli possano operare direttamente nei territori per gli interventi di media complessità, mantenendo invece a Bologna l’alta specializzazione.

Il quadro, ammette il direttore generale, è tutt’altro che semplice. “C’è un fritto misto”, dice, riconoscendo che una parte dell’attività libero-professionale può effettivamente incidere sulle liste di attesa con prestazioni meno complesse. Ma fermarsi a questa lettura sarebbe una semplificazione. Anche perché l’attrattività del Rizzoli è uno dei criteri su cui si basa il suo finanziamento e, per anni, la mobilità interregionale è stata incentivata dalle stesse istituzioni che oggi chiedono di rallentare.

L’obiettivo per Rossi

L’obiettivo, chiarisce Rossi, non è rinunciare all’eccellenza né limitarsi a un bacino locale: il Rizzoli deve restare un punto di riferimento nazionale e internazionale per l’alta complessità. Allo stesso tempo, però, vanno trovati meccanismi per evitare che pazienti con bisogni meno complessi vengano sottratti ai territori di origine. Per questo è in corso una revisione del regolamento interno, con l’intento di rendere le regole più chiare e trasparenti, riducendo sospetti e sfiducia.

Tra le leve su cui puntare c’è anche un utilizzo più efficace della libera professione per abbattere le liste d’attesa, in particolare attraverso la Simil-Alp, il modello in cui è l’ospedale a retribuire i medici per un’attività aggiuntiva rispetto all’orario ordinario.

Sul piano geografico, alcune correzioni sono già allo studio. In aree come la Romagna, dove la mobilità verso il Rizzoli è particolarmente elevata e la presenza di ambulatori è ampia, si andrà verso una stretta. Sono in discussione tetti e limiti, così come un rafforzamento della rete traumi. Un lavoro complesso, che Rossi definisce “un vespaio”, ma anche una delle sfide più stimolanti del suo ruolo: garantire equità, senza trasformare la libera professione in uno strumento di esclusione.

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