Molti farmaci che utilizziamo ogni giorno non nascono davvero “per tutti”. Anzi, spesso sono studiati partendo da modelli maschili, con il risultato che nelle donne possono avere effetti diversi: meno efficaci, oppure più rischiosi.
È un problema ancora attuale e tutt’altro che marginale. Parte tutto dalle prime fasi della ricerca, nei laboratori, dove gli studi preclinici vengono ancora troppo spesso condotti su modelli maschili, a cominciare dagli animali utilizzati negli esperimenti.
Il richiamo della Società Italiana di Farmacologia
A richiamare l’attenzione su questo squilibrio è la Società Italiana di Farmacologia (SIF), che ha pubblicato un Position Paper sull’European Journal of Pharmacology. Il messaggio è chiaro: ignorare le differenze tra uomini e donne nella ricerca biomedica può compromettere sia l’efficacia che la sicurezza delle terapie.
Nonostante da anni le linee guida internazionali raccomandino di considerare il sesso come una variabile biologica fondamentale, nella pratica questa indicazione viene ancora spesso trascurata. Il risultato? Una conoscenza scientifica “sbilanciata”, che rischia di tradursi in cure meno adatte e in una maggiore probabilità di effetti collaterali, soprattutto per le donne.
Il nodo sugli studi preclinici dei farmaci
Uno dei nodi principali riguarda proprio gli studi preclinici: per semplificare e ridurre la variabilità, si tende a utilizzare animali di un solo sesso, generalmente maschi. Una scelta comoda dal punto di vista metodologico, ma che limita la comprensione dei meccanismi biologici nelle femmine e introduce un bias che può riflettersi anche nella pratica clinica.
Secondo le esperte del gruppo di lavoro SIF sulla farmacologia e tossicologia di genere, partire senza considerare il sesso significa costruire la ricerca su basi incomplete. Non solo: tra le criticità c’è anche l’uso di cellule “senza sesso” e perfino l’influenza dell’interazione tra ricercatore e animale, che può variare in base al sesso di entrambi.
Il punto, quindi, non è solo correggere un dettaglio, ma cambiare approccio. Serve una maggiore preparazione specifica dei ricercatori e una reale integrazione della variabile sesso già nelle fasi iniziali degli studi.
Perché è proprio lì che si gioca tutto: capire davvero come agiscono i farmaci, migliorare l’efficacia delle cure e ridurre i rischi. Per tutti, ma soprattutto per chi finora è stato considerato troppo poco.

