L’osteoporosi è riconosciuta come uno dei principali fattori che contribuiscono al carico globale delle malattie. Lo conferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Nonostante l’esistenza di farmaci efficaci, il trattamento di questa condizione resta sottoutilizzato: meno del 20% delle persone che hanno subito una frattura da fragilità riceve una terapia adeguata. A sottolinearlo è la Società Italiana di Diabetologia (Sid), che richiama l’attenzione sulle gravi conseguenze delle fratture da fragilità, le quali colpiscono una donna su tre e un uomo su cinque dopo i 50 anni.
Un recente editoriale apparso sul ‘New England Journal of Medicine’ ha analizzato un particolare modello diagnostico terapeutico per limitare l’incidenza delle fratture secondarie. “I servizi di prevenzione delle fratture o Fls (fracture liason service) hanno lo scopo di individuare e prendere in carico soggetti che hanno subito una prima frattura creando un ponte tra l’evento acuto e la gestione dell’osteoporosi a lungo termine – spiega Nicola Napoli, membro del Consiglio direttivo della Sid e prima firma del lavoro – Nel mondo attualmente ci sono 4 modelli che variano in funzione dell’intensità delle cure prestate. In generale, comunque, il servizio prevede l’identificazione dei pazienti, l’assessment in termini di rischio di fratture, rischio di cadute e status nutrizionale e l’applicazione di misure di prevenzione stilato da un team formato da endocrinologi, ortopedici, geriatri, internisti eccetera. Piano che può includere farmaci, esercizi di equilibrio e resistenza e counseling nutrizionale. Gli interventi a bassa intensità, invece, prevedono un monitoraggio periodico della salute ossea”. Approccio multidisciplinare che ha rivelato un alto profilo di costo efficacia: fornisce infatti un risparmio di 10,49 dollari per ogni dollaro investito.
Numerose società scientifiche internazionali – riporta una nota della Sid – hanno caldeggiato la necessità di una presa in carico tempestiva dopo la prima frattura da fragilità e i Paesi che hanno adottato indicatori di qualità delle cure come Australia e Danimarca hanno mostrato una riduzione della mortalità. Modelli di cura multidisciplinari come questo sono stati già proposti, con successo, da società scientifiche come American Diabete Association e American Heart Association per la gestione di malattie croniche come il diabete o la cardiopatia ischemica.
‘Costano all’Italia 10 mld l’anno’
“La prevenzione degli eventi secondari è di fondamentale importanza in molte patologie – sottolinea Raffaella Buzzetti, presidente Sid – e spesso rappresenta il maggior onere economico per i sistemi sanitari e di salute e scadimento della qualità della vita per le persone e le loro famiglie. Ecco perché la presa in carico tempestiva e l’adozione di specifici modelli organizzativi per la prevenzione secondaria, insieme al monitoraggio dell’aderenza farmacologica, sono centrali nell’assistenza. Inoltre, le persone con diabete hanno un rischio molto alto di frattura di femore e un tasso di complicanze e mortalità significativamente più alto di un paziente non diabetico. A maggior ragione, questo modello di cura dovrebbe essere adottato per pazienti fragili”.

