Nel mondo circa 240 milioni di ragazzi tra 11 e 17 anni non raggiungono neppure un’ora di movimento moderato o intenso in nessun giorno della settimana. In 15 anni non ci sono stati progressi significativi. Le ragazze sono più penalizzate dei coetanei maschi. Per invertire la tendenza non bastano gli inviti a praticare sport: servono scuole, città e spazi pubblici che rendano il movimento accessibile e sicuro.
Sedentarietà tra gli adolescenti: 240 milioni non fanno movimento
Un adolescente su quattro nel mondo non raggiunge nemmeno un’ora di attività fisica in nessun giorno della settimana. Non si tratta di una fotografia isolata, ma di un problema che si trascina da almeno 15 anni senza miglioramenti sostanziali. A lanciare l’allarme è l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), attraverso il nuovo rapporto A generation missing out: global trends in adolescent physical activity, 2010–2025, pubblicato il 4 novembre 2026 e accompagnato da uno studio su The Lancet Global Health.
L’analisi ha coinvolto oltre 3,2 milioni di adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, attraverso 389 indagini condotte in 140 Paesi e territori. Nel 2025 circa 240 milioni di ragazzi e ragazze hanno dichiarato di non aver svolto neppure un giorno, nella settimana precedente, almeno 60 minuti di attività fisica da moderata a intensa. In media, gli adolescenti sono risultati attivi soltanto 2,7 giorni alla settimana e appena il 14% ha raggiunto la soglia quotidiana per tutti e sette i giorni.
Il dato più preoccupante è la sostanziale stagnazione rispetto al 2010. Nonostante una maggiore attenzione pubblica ai benefici dello sport e del movimento, la quota di giovani inattivi non si è ridotta in modo significativo. Secondo l’OMS, nessun Paese è attualmente sulla traiettoria necessaria per raggiungere l’obiettivo globale di riduzione del 15% dell’inattività fisica entro il 2030.
Ragazze più sedentarie dei maschi: il divario comincia nell’adolescenza
La sedentarietà non colpisce tutti allo stesso modo. Il rapporto evidenzia una differenza significativa tra i generi: nel 2025 il 28% delle ragazze non ha raggiunto un’ora di attività fisica in nessun giorno della settimana, contro il 22% dei ragazzi. Anche tra chi riesce a mantenersi attivo quotidianamente il divario è evidente: soltanto l’11% delle adolescenti ha dichiarato di svolgere almeno 60 minuti di movimento ogni giorno, rispetto al 17% dei coetanei maschi.
La differenza non è circoscritta a singole aree geografiche, ma emerge in quasi tutti i Paesi e in tutte le regioni monitorate dall’OMS. Le ragioni sono molteplici e non possono essere ricondotte semplicemente a una minore propensione delle ragazze verso lo sport. Entrano in gioco fattori culturali e sociali, stereotipi di genere, minori opportunità di partecipazione, timori legati alla sicurezza degli spazi pubblici e difficoltà nell’accesso ad attività sportive adeguate e sostenibili economicamente.
Anche l’ambiente in cui si vive può fare la differenza. La possibilità di raggiungere autonomamente una palestra o un impianto sportivo, disporre di spazi verdi sicuri, praticare attività all’aperto e muoversi senza dipendere continuamente dall’accompagnamento degli adulti condiziona le opportunità quotidiane. Per le ragazze, la percezione di insicurezza in alcuni luoghi pubblici può rappresentare un ulteriore ostacolo.
Perché muoversi durante l’adolescenza è fondamentale per la salute
L’attività fisica durante la crescita non è soltanto una questione di forma fisica o di controllo del peso. Il movimento contribuisce allo sviluppo delle ossa e dei muscoli, migliora la coordinazione e le capacità motorie e favorisce il benessere psicologico. Ha inoltre un ruolo nella salute metabolica e cardiovascolare, con benefici che possono proseguire anche nell’età adulta.
L’OMS raccomanda a bambini e adolescenti tra i 5 e i 17 anni di svolgere in media almeno 60 minuti al giorno di attività fisica da moderata a vigorosa nel corso della settimana, prevalentemente aerobica. Almeno tre giorni alla settimana dovrebbero comprendere attività aerobiche intense e attività che rafforzino muscoli e ossa.
Camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta, correre, nuotare, giocare a calcio o praticare altri sport sono tutte possibilità per raggiungere questi livelli. Non è necessario che l’attività venga svolta esclusivamente in palestra o attraverso uno sport organizzato: anche gli spostamenti a piedi, il gioco all’aperto e il movimento durante la giornata contribuiscono al totale.
Al contrario, un’inattività protratta durante l’adolescenza può favorire l’instaurarsi di abitudini che si mantengono negli anni successivi. La scarsa attività fisica è associata a un maggiore rischio di sviluppare sovrappeso e obesità e, nel lungo periodo, patologie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e alcuni tumori. L’inattività è inoltre collegata a una peggiore salute mentale e a un minor benessere complessivo. Investire nel movimento durante la crescita significa quindi intervenire anche sulla prevenzione delle malattie croniche dell’adulto.
Smartphone e schermi non sono l’unica causa: il problema è anche ambientale
È facile attribuire la sedentarietà dei più giovani al tempo trascorso davanti a smartphone, tablet e videogiochi. L’uso degli schermi può certamente contribuire a ridurre le occasioni di movimento, soprattutto quando occupa una parte consistente del tempo libero. Ma il rapporto OMS invita a guardare oltre le abitudini individuali.
La possibilità di essere attivi dipende anche da come sono organizzati gli spazi in cui gli adolescenti vivono, studiano e si spostano. La presenza di percorsi pedonali e ciclabili sicuri, la disponibilità di parchi e aree sportive, la qualità dell’ambiente scolastico e il costo delle attività possono favorire oppure ostacolare il movimento. In alcuni contesti, inoltre, le famiglie non hanno le risorse economiche o il tempo necessario per accompagnare i figli verso attività sportive organizzate.
Il problema, dunque, non può essere affrontato soltanto invitando i ragazzi a spegnere gli schermi e a fare più sport. Come ha sottolineato il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, la risposta non consiste nel chiedere agli adolescenti di impegnarsi di più, ma nel costruire scuole, strade e comunità in cui muoversi, giocare e fare attività fisica sia sicuro, semplice e normale.
Scuola, città e sanità: come invertire la tendenza
Per cambiare rotta serve un intervento coordinato tra diversi settori. Le scuole rappresentano uno dei luoghi principali in cui promuovere il movimento, non soltanto attraverso le ore di educazione fisica, ma anche con attività durante gli intervalli, progetti sportivi accessibili e iniziative che coinvolgano chi non pratica già uno sport.
Anche le amministrazioni locali possono contribuire in modo concreto: realizzare e mantenere percorsi ciclabili e pedonali sicuri, rendere accessibili parchi e impianti sportivi, garantire spazi di aggregazione e favorire gli spostamenti attivi verso le scuole. Per ridurre il divario di genere, è importante inoltre progettare attività e ambienti che rispondano alle esigenze delle ragazze, contrastando stereotipi e ostacoli alla partecipazione.
La sanità può svolgere un ruolo complementare, inserendo la promozione dell’attività fisica nei percorsi di prevenzione e nei bilanci di salute, con indicazioni adatte all’età e alle condizioni individuali. Pediatri, medici di famiglia e professionisti della salute possono aiutare le famiglie a riconoscere l’importanza del movimento e a individuare opportunità concrete, senza trasformarlo in un obbligo o in una fonte di pressione.
Il dato dei 240 milioni di adolescenti inattivi racconta una generazione che rischia di perdere benefici fondamentali per la salute presente e futura. Dopo 15 anni senza progressi, è evidente che le strategie adottate finora non sono sufficienti. La sfida non è semplicemente convincere i ragazzi a fare sport, ma è costruire contesti in cui il movimento diventi una possibilità quotidiana per tutti, indipendentemente dal genere, dal reddito e dal luogo in cui si vive.

