Giornata contro gli sprechi alimentari, Italia a una svolta: quanto cibo buttiamo e cosa serve per dimezzarlo

Meno cibo nel bidone, ma ancora una quantità enorme di risorse che ogni anno non arriva sulla tavola. È la fotografia dell’Italia nella 7ª Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari, istituita dalle Nazioni Unite nel 2019 e celebrata ogni 29 settembre. Secondo il nuovo rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International, presentato dalla campagna Spreco Zero, lo spreco domestico è sceso nel 2026 a 493,7 grammi pro capite alla settimana, l’11,17% in meno rispetto ai 555,8 grammi dell’anno precedente. Un segnale positivo, ma ancora lontano dal target Onu 2030 di 369,7 grammi settimanali per persona.

Oltre 13,5 miliardi di euro persi ogni anno

Il miglioramento nelle famiglie non cancella la dimensione economica del problema. Le stime Waste Watcher indicano in oltre 13,5 miliardi di euro il valore complessivo delle perdite e degli sprechi alimentari lungo la filiera italiana, per oltre 5 milioni di tonnellate di cibo. Circa 7,3 miliardi riguardano gli sprechi domestici. Anche Eurostat fotografa un fenomeno di grandi dimensioni: nel 2023 l’Italia ha generato 8,13 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, di cui 5,76 milioni riconducibili alle famiglie. I dati non sono direttamente sovrapponibili perché derivano da metodologie diverse, ma mostrano entrambi quanto il problema sia rilevante.

Lo spreco nasce lungo tutta la filiera

Il cibo viene perso non soltanto nelle abitazioni, ma anche nei campi, durante la trasformazione e il trasporto, nella distribuzione, nei ristoranti e nelle mense. Per questo l’ISPRA invita a considerare lo spreco alimentare come un fenomeno sistemico. Ridurlo significa intervenire prima che l’alimento diventi un’eccedenza, migliorando produzione, logistica, conservazione e gestione delle scorte. La questione riguarda anche l’ambiente: ogni alimento sprecato porta con sé l’acqua, il suolo, l’energia e il lavoro utilizzati per produrlo e portarlo fino al consumatore.

Il recupero aiuta, ma non basta

L’Italia dispone di strumenti per recuperare le eccedenze. La legge 166 del 2016, la cosiddetta legge Gadda, favorisce la donazione degli alimenti ancora commestibili ma non più commercializzabili. Nel 2024, secondo i dati CREA, sono state recuperate 93.745 tonnellate di cibo dalla grande distribuzione organizzata e dalla ristorazione, destinate a strutture caritative e mense. Ma la donazione interviene quando lo spreco si è già prodotto. La priorità resta quindi prevenirlo alla fonte, individuando i punti della filiera in cui il cibo viene perso e intervenendo prima che diventi rifiuto.

Dalle case ai campi: la sfida è misurare

La Giornata internazionale 2026 rilancia proprio questa necessità: mappare tutti i luoghi dello spreco, dalle abitazioni alla produzione agricola, dalla ristorazione alla distribuzione. Per le famiglie significa programmare meglio la spesa, conservare correttamente gli alimenti e distinguere tra data di scadenza e termine minimo di conservazione. Per imprese e distribuzione significa intervenire su ordini, scorte, porzioni, promozioni e gestione delle eccedenze. Il dato sotto i 500 grammi settimanali rappresenta dunque un passo avanti, ma non ancora una soluzione. La sfida per l’Italia è trasformare il miglioramento delle abitudini domestiche in una riduzione strutturale dello spreco lungo tutta la filiera, avvicinandosi all’obiettivo Onu di dimezzarlo entro il 2030.

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