Alzheimer e salute orale: i problemi alle gengive possono essere associati alla demenza? Lo studio

La salute della bocca potrebbe essere collegata anche a quella del cervello. Una ricerca su oltre 364mila persone ha individuato un’associazione tra alcuni disturbi orali e il rischio di demenza, ma non ha rilevato un legame significativo con le gengive sanguinanti. Ecco che cosa sappiamo e perché non si può ancora parlare di causa ed effetto.

Salute orale e cervello: lo studio su oltre 364mila persone

La salute orale potrebbe offrire indicazioni importanti anche sul benessere cognitivo. A suggerirlo è uno studio prospettico pubblicato nel maggio 2026 sulla rivista scientifica GeroScience, che ha analizzato i dati di 364.557 adulti inseriti nella UK Biobank, una grande banca dati britannica dedicata alla ricerca medica. I partecipanti, di età compresa tra 38 e 73 anni all’inizio dell’osservazione, sono stati seguiti per circa 13 anni.

Durante il periodo di follow-up, 7.553 persone hanno sviluppato una forma di demenza, tra cui 3.277 casi di malattia di Alzheimer e 1.578 di demenza vascolare. I ricercatori hanno esaminato la possibile relazione tra questi esiti e diversi indicatori di salute orale, tra cui gengive doloranti, sanguinamento gengivale, denti mobili, mal di denti e utilizzo di protesi dentarie.

I risultati hanno mostrato un’associazione tra il rischio di demenza e alcuni problemi specifici: gengive doloranti, mal di denti e uso di protesi, quest’ultimo considerato un possibile indicatore di una precedente perdita dentaria importante. Anche la presenza contemporanea di più disturbi orali è risultata associata a un rischio maggiore.

Un dettaglio, però, è fondamentale: nello studio le gengive sanguinanti, considerate separatamente dagli altri problemi, non sono risultate associate in modo statisticamente significativo a un aumento del rischio di demenza.

Quanto aumenta il rischio? I numeri da interpretare con cautela

Nel dettaglio, le persone che riferivano gengive doloranti presentavano un rischio relativo di sviluppare demenza per qualsiasi causa superiore del 26% rispetto a chi non segnalava quel problema. Per il mal di denti l’associazione corrispondeva a un aumento relativo del 24%, mentre per l’uso di protesi dentarie era pari al 20%.

Queste percentuali, espresse attraverso gli hazard ratio utilizzati dagli autori, descrivono associazioni statistiche relative, non la probabilità individuale di ammalarsi. Non significano, per esempio, che una persona con gengive doloranti abbia una probabilità del 26% di sviluppare demenza, né che il disturbo orale sia necessariamente la causa della malattia.

La ricerca ha inoltre rilevato che il rischio cresceva al crescere del numero di problemi orali riferiti. Tuttavia, le condizioni della bocca erano state rilevate attraverso questionari, senza una valutazione odontoiatrica clinica dettagliata per ciascun partecipante. I dati, quindi, non permettono di identificare con precisione la gravità della parodontite o di stabilire se un particolare sintomo sia un indicatore affidabile del rischio neurologico. Gli stessi autori sottolineano che il disegno osservazionale dello studio non consente di dimostrare un rapporto di causa ed effetto.

Parodontite e demenza: che cosa dicono le altre ricerche

Lo studio britannico si inserisce in un filone di ricerca più ampio che indaga il possibile legame tra malattie parodontali, perdita dei denti e declino cognitivo. Una revisione sistematica con metanalisi pubblicata online nel settembre 2026 sul Journal of Periodontal Research ha preso in esame 59 studi, di cui 28 inclusi nelle analisi quantitative sul rischio di demenza o deterioramento cognitivo lieve.

I risultati hanno evidenziato associazioni tra questi esiti e diversi indicatori di cattiva salute orale. La parodontite grave è risultata associata a un incremento relativo del 16% del rischio di demenza o deterioramento cognitivo lieve; la perdita completa dei denti, invece, a un incremento del 26%. Anche un numero ridotto di denti residui è risultato associato a un rischio maggiore.

Gli autori avvertono, tuttavia, che i risultati presentano limiti importanti: gli studi differiscono per modalità di diagnosi, caratteristiche dei partecipanti e durata del monitoraggio. Inoltre, alcuni non hanno considerato in maniera adeguata tutti i fattori che potrebbero influenzare sia la salute orale sia quella cognitiva.

Una seconda revisione sistematica pubblicata nell’ottobre 2026 sulla rivista Evidence-Based Dentistry ha analizzato 13 studi longitudinali. La metanalisi di quattro di questi ha rilevato un’associazione modesta tra malattia parodontale e successiva comparsa di demenza, con un aumento relativo stimato intorno al 12%. Anche in questo caso, i ricercatori precisano che i dati non dimostrano un rapporto causale.

Nel complesso, la letteratura scientifica suggerisce che la salute orale meriti attenzione anche negli studi sull’invecchiamento cerebrale. Non dimostra, però, che curare le gengive sia sufficiente a prevenire l’Alzheimer o che ogni disturbo orale rappresenti un segnale precoce della malattia.

Infiammazione e batteri: il possibile collegamento con il cervello

Perché i ricercatori stanno studiando questa relazione? Una delle ipotesi riguarda l’infiammazione cronica associata alla parodontite, una malattia che interessa i tessuti di sostegno dei denti e che, nei casi più avanzati, può provocare perdita di tessuto e mobilità dentaria.

L’infiammazione parodontale può avere effetti che vanno oltre la bocca. I batteri e i loro prodotti possono contribuire a una risposta infiammatoria sistemica; alcuni studi stanno inoltre esaminando il possibile ruolo di microrganismi associati alle malattie gengivali nei processi biologici coinvolti nella neurodegenerazione.

Tra i batteri studiati c’è Porphyromonas gingivalis, associato alla parodontite. I ricercatori stanno indagando se i suoi fattori di virulenza e le risposte infiammatorie che provoca possano contribuire a processi rilevanti per la malattia di Alzheimer. Si tratta, tuttavia, di un campo di ricerca ancora in evoluzione: la plausibilità biologica di un meccanismo non basta, da sola, a dimostrare che quel meccanismo provochi la malattia nell’essere umano.

È inoltre possibile che la relazione funzioni in entrambe le direzioni. Nelle fasi iniziali di un declino cognitivo, anche prima di una diagnosi di demenza, una persona potrebbe incontrare maggiori difficoltà nel mantenere una corretta igiene orale, seguire le cure odontoiatriche o gestire autonomamente le attività quotidiane. La cattiva salute della bocca potrebbe quindi essere, almeno in alcuni casi, anche una conseguenza di cambiamenti cognitivi già in corso.

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