È notizia di qualche giorno fa che all’Istituto pediatrico Giannina Gaslini di Genova sia stato eseguito con successo un intervento di stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation) su una paziente di nove anni affetta da distonia secondaria, una malattia del movimento. Ma quando si parla di neurostimolazione che cosa si intende e quali sono i vantaggi di questa terapia? Proviamo a rispondere a tali interrogativi nel corso di questo articolo.
La neurostimolazione è una terapia che si serve di impulsi elettrici per modificare, in modo vantaggioso, l’attività del sistema nervoso. La sua natura la porta ad essere un valido agente di cura nei casi di dolore cronico, sicuramente una delle sfide più interessanti per la medicina moderna. Le tecniche di neurostimolazione si suddividono in invasive o non invasive: le prime necessitano, per la loro applicazione, di un intervento chirurgico, mentre, il vantaggio delle seconde risiede proprio nel fatto che non ci sia bisogno di un’operazione, rendendo più sicuro il quadro del paziente.
Le zone di applicazione della neurostimolazione e i suoi benefici sui pazienti
Le tecniche di neurostimolazione possono subire un ulteriore distinzione in base alla zona del corpo che viene interessata. Si può così ricorrere alla neurostimolazione cerebrale: essa prevede l’impianto di elettrodi in alcune zone specifiche del cervello allo scopo di influenzare il funzionamento dei circuiti cerebrali quando vi è la presenza di una malattia neurologica. La neurostimolazione midollare, invece, si basa sull’inserimento di elettrodi nella zona del midollo spinale: il loro ruolo sarà quello di interferire nei segnali di dolore, proprio al fine di ridurre la percezione dello stesso. Altre tipologie di neurostimolazione utilizzate sono quelle periferiche, legate alla stimolazione di nervi o muscoli, o del nervo ottico, volta a migliorare la capacità visiva nei pazienti interessati.
Come abbiamo sottolineato in precedenza, gli effetti più vantaggiosi della neurostimolazione si hanno in quelle malattie legate al dolore cronico (dolore neuropatico, dolore post-chirurgico, dolore ischemico), ma queste non sono le uniche patologie che ottengono benefici dall’utilizzo di tali tecniche. La neurostimolazione può essere usata anche per ridurre gli effetti di alcuni dei più comuni disturbi del movimento come tremori, morbo di Parkinson e distonia. Un altro campo dove la neurostimolazione può migliorare la condizione del paziente è quello dell’epilessia: le tecniche di stimolazione possono aiutare a controllare le crisi epilettiche. La neurostimolazione, inoltre, come provato dai ricercatori dell’Università del San Raffaele di Milano con uno studio terminato nel 2025, può essere in grado di far recuperare la mobilità degli arti inferiori ai pazienti colpiti da lesioni parziali del midollo.
Il futuro della neurostimolazione: il ruolo dell’intelligenza artificiale
Il futuro della neurostimolazione sarà strettamente legato a quello dell’intelligenza artificiale (IA). L’utilizzo dell’IA in questo campo potrebbe consentire di personalizzare i trattamenti per ogni paziente. La grande potenzialità dell’IA risiede nella capacità di poter analizzare velocemente un’enorme quantità di dati: questo garantirebbe un’analisi e un’ottimizzazione degli schemi praticamente in tempo reale. Inoltre, sempre grazie all’uso dell’intelligenza artificiale, si potrebbe addirittura prevedere la futura risposta del paziente al trattamento scelto, dando così la possibilità di perfezionarlo al meglio.
L’integrazione dell’IA risulta essere uno strumento utile anche per quanto riguarda la diagnostica delle malattie: spesso essa non viene agevolata dalla soggettività del sintomo, da componenti emotive o personali che possono influenzare la manifestazione del dolore, e da disabilità cognitive, demenza o difficoltà di comunicazione dei pazienti. Mediante l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, invece, tutte queste problematiche potrebbero essere risolte per una diagnosi della malattia più accurata.

