Oggi, 11 aprile, si celebra la Giornata mondiale della Malattia di Parkinson, istituita dall’European Parkinson’s Disease Association (EPDA) in onore della nascita di James Parkinson, il medico inglese che nel 1817 per primo descrisse i sintomi di questa malattia neurodegenerativa. Questa giornata è un’opportunità per sensibilizzare e coinvolgere esperti, medici e famiglie di tutto il mondo riguardo a questa patologia, promuovendo la ricerca scientifica e condividendo esperienze per affrontare al meglio le sfide che essa comporta. È importante aumentare la consapevolezza sull’impatto della malattia sulle persone affette, sui loro caregiver e sulle comunità circostanti. Fortunatamente, esistono diverse opzioni di trattamento che possono aiutare a gestire i sintomi e migliorare la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie. In Italia, nel 2023, il numero di persone affette dalla Malattia di Parkinson è stato significativo, come riportato dall’Osservatorio malattie rare: 300.000.
Le cause e i sintomi
Secondo quanto spiegato sul sito della Confederazione Parkinson-Italia, la Malattia di Parkinson è una condizione neurologica poliedrica caratterizzata da una varietà di sintomi. Le sue cause non sono ancora del tutto comprese, sebbene vi siano sospetti riguardo fattori ambientali e una predisposizione genetica. Sebbene sia comunemente associata all’età di circa 60 anni, è importante notare che non è esclusiva degli anziani e sta colpendo sempre più frequentemente anche individui più giovani, con circa il 10% dei casi riguardanti persone sotto i 50 anni. Mentre il tremore è il sintomo più conosciuto, la malattia può manifestarsi anche con altri segni come movimenti rallentati, rigidità muscolare, espressione facciale ridotta e difficoltà nella scrittura. Alcuni sintomi come la diminuzione dell’olfatto, i disturbi del sonno, la depressione e la stipsi possono comparire anni prima dei sintomi motori evidenti, sebbene sia difficile stabilire un collegamento diretto con il Parkinson.
I trattamenti farmacologici e non
Attualmente, non esiste una cura definitiva per il Parkinson e non sono disponibili farmaci in grado di invertire il corso della malattia. Tuttavia, ci sono diverse opzioni terapeutiche farmacologiche che, specialmente nelle fasi iniziali, possono offrire un buon controllo dei sintomi. L’ampia gamma di farmaci disponibili richiede una valutazione individualizzata da parte di un neurologo specialista, che tiene conto delle specifiche caratteristiche del paziente per determinare la combinazione più adatta.
Oltre alle terapie farmacologiche, esistono anche trattamenti non farmacologici che possono apportare benefici significativi. Ad esempio, è stato dimostrato che l’attività fisica svolge un ruolo cruciale nel gestire la malattia, specialmente quando è guidata da programmi di allenamento personalizzati. Recentemente, alcuni neuroscienziati dell’Università Cattolica, Campus di Roma, e della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs hanno scoperto che l’esercizio fisico intensivo potrebbe addirittura rallentare il progresso della malattia, comprendendone i meccanismi biologici sottostanti.
Inoltre, terapie come la logopedia e la consulenza psicologica possono svolgere un ruolo significativo nel migliorare la qualità della vita dei pazienti affetti da Parkinson.
Un dispositivo innovativo
Nel 2024, si è verificato il primo intervento chirurgico in Italia per l’impianto di un dispositivo di ultima generazione, dotato di tecnologia bluetooth e ricaricabile, progettato per inviare stimolazione elettrica a specifiche aree del cervello dei pazienti affetti da Parkinson in modo sempre più preciso. Questo significativo passo avanti è stato accolto con entusiasmo dal professor Pietro Cortelli, direttore operativo dell’Irccs Istituto Scienze Neurologiche di Bologna, che lo ha definito come l’inizio di una nuova era per la cura della malattia di Parkinson. L’Irccs dell’Azienda Usl di Bologna è stato designato come centro pilota a livello nazionale per l’impianto di questa innovativa tecnologia.
A gennaio, presso l’ospedale Bellaria, questo innovativo pacemaker per la neurostimolazione profonda è stato impiantato con successo in un uomo di 66 anni residente a Castelfranco Emilia, che aveva ricevuto la diagnosi di Parkinson otto anni prima. Il paziente ha riportato significativi miglioramenti nella sua qualità di vita dopo l’intervento, dichiarando: “La mia vita è decisamente migliorata dopo l’intervento. Prima avevo un tremore consistente al braccio destro, abbastanza invalidante, ora quasi non ce l’ho più e riprenderò a fare piscina e palestra”.
L’algoritmo
La tecnologia sta dimostrando di essere una risorsa fondamentale nella lotta contro il Parkinson, come evidenziato dal caso di Tommaso Cagliari, un diciottenne italiano che ha recentemente sviluppato un algoritmo di intelligenza artificiale per favorire la diagnosi precoce della malattia. Questo algoritmo è attualmente in fase di sperimentazione da parte di diversi medici in collaborazione con associazioni di pazienti affetti da Parkinson, e i risultati finora ottenuti sono molto promettenti.
Tommaso spiega che nelle fasi iniziali della malattia, i sintomi come il tremore e la difficoltà nel camminare possono essere impercettibili, ma cominciano a manifestarsi in modo sottile. Il suo algoritmo è in grado di riconoscere la figura umana e tracciare i suoi movimenti, concentrandosi in particolare sulle alterazioni nell’oscillazione della spalla e del gomito, che sono tra i primi segni della malattia di Parkinson in fase precoce.
Il sistema ideato da Tommaso utilizza due telecamere posizionate di fronte l’una all’altra a una distanza di circa cinque metri per analizzare il cammino del paziente sotto esame. Grazie al machine learning, l’algoritmo confronta i movimenti del paziente con quelli di individui sani e di pazienti con Parkinson già diagnosticato. Questo confronto consente di individuare in modo accurato gli indicatori precoci della malattia, anche quando le oscillazioni sono così sottili che non possono essere rilevate dall’occhio umano.

