Il Professor Simone Ferrero spiega perché la diagnosi è ancora tardiva, come riconoscere i sintomi “invisibili” e quali innovazioni stanno rivoluzionando il futuro delle pazienti.
L’endometriosi è una malattia frequente, complessa e spesso fraintesa. Nonostante i notevoli progressi della ricerca, molte donne continuano a ricevere una diagnosi dopo anni di dolore, stanchezza e sintomi che incidono profondamente sulla qualità della vita. Per capire perché il ritardo diagnostico rimanga così diffuso e quali strumenti abbiamo oggi per migliorare il percorso di cura, abbiamo incontrato il Professor Simone Ferrero, ginecologo.
Con lui abbiamo affrontato i nodi ancora irrisolti, le manifestazioni meno evidenti della malattia, il ruolo delicato della chirurgia, l’influenza dello stile di vita e l’importanza di un approccio realmente multidisciplinare. Uno sguardo lucido e concreto su ciò che sta cambiando e su ciò che può migliorare nella vita di milioni di donne.
Nonostante i progressi della ricerca, l’endometriosi continua a essere diagnosticata tardi. Qual è, secondo lei, il principale ostacolo che ancora rallenta la diagnosi precoce?
Il ritardo diagnostico rimane una delle criticità più rilevanti. Il principale ostacolo è culturale: molte ragazze e donne continuano a considerare “normale” un dolore mestruale che in realtà non lo è. Questo porta a sottovalutare i sintomi e ricercare la causa dei dolori troppo tardi. A ciò si aggiunge il fatto che l’endometriosi può presentarsi con quadri molto diversi tra loro: non tutte le pazienti hanno una malattia evidente all’esame obiettivo e servono competenze specifiche per riconoscerla attraverso l’ecografia transvaginale. In altre parole, la difficoltà non sta solo nel fare la diagnosi, ma nel sapere quando sospettarla.
Si parla molto del dolore, ma poco degli altri effetti dell’endometriosi. Quali manifestazioni “meno visibili” andrebbero raccontate di più?
Oltre al dolore esistono sintomi che non emergono facilmente, ma che condizionano profondamente la vita quotidiana. La stanchezza cronica, i disturbi intestinali e urinari ricorrenti, il dolore nei rapporti, la riduzione del sonno di qualità e, in alcune pazienti, un senso costante di infiammazione e di gonfiore addominale, rappresentano aspetti spesso trascurati. Questi elementi influiscono su lavoro, relazioni, attività sociali e autostima. Raccontarli è fondamentale per far comprendere che l’endometriosi non è “solo un ciclo doloroso”, ma una condizione complessa che richiede un inquadramento globale.

Lei è esperto di chirurgia laparoscopica: in quali casi ritiene che l’intervento chirurgico sia la scelta migliore, e quando invece è preferibile una gestione farmacologica o conservativa?
La chirurgia è indicata quando il dolore non risponde alle terapie mediche, quando la malattia infiltra organi come intestino, ureteri o vescica causando rischi per la salute della paziente, quando l’ecografia suggerisce un rischio di degenerazione maligna o quando l’endometriosi compromette la fertilità e si sta valutando un percorso di procreazione assistita. L’obiettivo non è solo rimuovere le lesioni, ma migliorare la qualità di vita e preservare la funzione degli organi coinvolti. Al contrario, una gestione farmacologica è preferibile nelle forme più lievi, quando i sintomi sono controllabili con terapie ormonali o quando la paziente desidera evitare un intervento. Oggi disponiamo di opzioni mediche efficaci e sicure, che consentono di ridurre dolore e infiammazione anche a lungo termine. La decisione deve sempre essere personalizzata e condivisa, inserita in una strategia di cura continua.
Molte pazienti riferiscono un peggioramento dei sintomi nei mesi freddi. L’inverno può davvero influenzare l’andamento dell’endometriosi? E quali accorgimenti consiglia per gestire meglio questo periodo?
Non ci sono prove scientifiche di un peggioramento del dolore correlato all’endometriosi con il freddo e non tutte le pazienti sperimentano un peggioramento in inverno, ma il fenomeno è abbastanza frequente. Le basse temperature possono accentuare la tensione muscolare e favorire l’irrigidimento del pavimento pelvico, mentre la minore attività fisica e l’aumento dello stress tipici dei mesi invernali possono amplificare la percezione del dolore. In questo periodo consiglio di mantenere una regolarità nell’esercizio fisico, utilizzare il calore locale con moderazione, curare postura e stretching e, se necessario, modulare temporaneamente la terapia. Anche tecniche di rilassamento e un sonno adeguato aiutano molto nel controllo dei sintomi.
Oggi si parla sempre più di endometriosi come malattia “multiorgano”. Quanto cambia questo approccio nella pratica clinica quotidiana e nel modo di prendersi cura delle pazienti?
Parlare di malattia multiorgano significa riconoscere che l’endometriosi può coinvolgere diversi distretti corporei, influenzare la percezione del dolore e avere un impatto psicologico significativo. Questo approccio modifica la pratica clinica: la paziente deve essere seguita da un team multidisciplinare, in cui ginecologo, chirurgo generale, gastroenterologo, urologo, fisioterapista del pavimento pelvico e psicologo collaborano all’interno di un percorso integrato. Anche la comunicazione cambia: l’obiettivo non è solo trattare le lesioni, ma accompagnare la donna lungo un percorso di cura continuativo, calibrato sulle sue priorità e sulla sua qualità di vita.
Guardando ai prossimi anni, quali innovazioni terapeutiche o diagnostiche la rendono più ottimista sul futuro della cura dell’endometriosi?
Sono ottimista per diverse ragioni. Stanno emergendo terapie non ormonali che agiscono su infiammazione e neuromodulazione del dolore, un enorme passo avanti per chi non può o non desidera assumere ormoni. L’ecografia e la risonanza magnetica stanno diventando sempre più accurate nel mappare la malattia senza chirurgia. In futuro, biomarcatori, algoritmi predittivi e intelligenza artificiale potrebbero permettere diagnosi più rapide, percorsi personalizzati e un maggiore controllo dei sintomi con approcci su misura. Credo che la gestione dell’endometriosi diventerà sempre più precisa, moderna e centrata sulla paziente.

