La chirurgia dello sguardo raccontata dal Dott. Giovanni Ferrando

Non è solo questione di estetica: la chirurgia dello sguardo può cambiare il modo in cui vediamo — e ci vediamo. Si tratta di un ambito che unisce precisione tecnica, sensibilità estetica e attenzione alla psicologia del paziente. Ne parliamo con il Dott. Giovanni Ferrando, chirurgo plastico e ricostruttivo con una lunga esperienza maturata in strutture prestigiose come l’IST di Genova, il Policlinico di Monza, la Clinica San Giuseppe di Asti e la Clinica Monteverdi di Milano. Oggi svolge la sua attività principalmente nella clinica Villa Serena a Genova, oltre che nei suoi studi privati a Londra e alle Barbados.

Dottor Ferrando, lei parla spesso non solo di “blefaroplastica” ma di “chirurgia dello sguardo”. Perché questa distinzione?

“Parlo di chirurgia dello sguardo perché la blefaroplastica, da sola, non basta. Molto spesso la palpebra superiore scende insieme alla discesa del sopracciglio, e in questi casi una semplice blefaroplastica superiore è un approccio errato. Se rimuoviamo pelle tra sopracciglio e occhio, andiamo a ridurre una superficie fondamentale, e rischiamo di impedire al sopracciglio di sollevarsi, perché manca “stoffa” tra le due strutture.”

Quindi il problema non è sempre nella palpebra, ma più in alto?

“Esattamente. In questi casi, non bisogna trattare la palpebra superiore, ma intervenire sul sopracciglio. Se il chirurgo non ha sufficiente esperienza, rischia di fare una blefaroplastica superiore e poi di trovarsi a tirare giù il sopracciglio invece che aprire lo sguardo. La bellezza dello sguardo femminile dipende anche dalla distanza tra il canto laterale dell’occhio e la coda del sopracciglio. Se chiudiamo questo spazio, riduciamo la porzione laterale dell’occhio e compromettiamo l’estetica dello sguardo. Un chirurgo esperto deve comprendere subito questo concetto.”

La blefaroplastica superiore può avere anche una valenza funzionale?

“Certo. Quando la palpebra superiore scende in modo importante, diventa un problema funzionale, non solo estetico. La palpebra può chiudere il campo visivo lateralmente. In questi casi possiamo dimostrarlo in maniera oggettiva, con un esame che si chiama campimetria, che dimostra la riduzione dei campi visivi laterali. In questo caso si parla di blefarocalasi funzionale, non solo estetica.”

E per quanto riguarda la palpebra inferiore?

“L’intervento sulla palpebra inferiore è altrettanto importante per una chirurgia dello sguardo. Può esserci un eccesso di cute, oppure le cosiddette “borse palpebrali inferiori”. A volte queste due condizioni sono entrambe presenti e, non raramente, abbiamo Borse Malari che sono un po’ più basse rispetto alla regione palpebrale. Spesso tutte queste caratteristiche hanno una componente ereditaria molto forte e le troviamo anche in soggetti molto giovani.”

I pazienti si chiedono spesso: in seguito alla blefaroplastica, le cicatrici si vedranno?

“Sono scarsamente visibili. Quelle dell’inferiore, una volta guarite, non si vedono affatto. Quelle superiori vengono nascoste nella piega palpebrale superiore, quel solco naturale che si forma ad occhio aperto. Nelle moderne blefaroplastiche, la cicatrice si estende un po’ oltre il canto laterale. Questa tecnica ci permette di evitare un tettuccio laterale antiestetico e di dare all’occhio una forma leggermente più “a mandorla”, particolarmente gradevole sulle donne”.

Ci sono differenze anche nella forma dell’occhio a seconda della genetica?

“Sì. In alcune popolazioni o aree italiane vediamo molti pazienti con l’occhio che va verso il basso, una piega detta “antimongolica”. Spesso, questi pazienti, vogliono correggerla con un intervento chiamato cantopessi, che serve a sollevare la parte laterale dell’occhio.”

A volte i pazienti lamentano uno “sguardo stanco”. Cosa significa?

“Succede spesso. È uno sguardo che non li rappresenta, che li fa sembrare diversi da come si sentono. Quando l’intervento è ben fatto, naturale, senza esagerare, i pazienti si guardano al mattino e si sentono meglio, in tutti i sensi.”

C’è anche una componente psicologica, quindi?

“Molto forte. Si stanno recentemente moltiplicando su tutte le più importanti riviste mondiali, articoli che sembrano dimostrare come una chirurgia plastica ben fatta abbia un impatto enorme a livello psicologico. Questo succede perché trattiamo qualcosa in superficie, ma che si ripercuote profondamente dentro noi stessi. È una grossa responsabilità.”

Un lavoro, quindi, che tocca anche la sfera emotiva delle persone.

“Esattamente. È un intervento tecnico, ma anche umano. Bisogna ascoltare il paziente, capirlo, e rispettare la naturalezza dello sguardo. La vera chirurgia dello sguardo è quella che restituisce armonia, senza mai stravolgere”.

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