Il cuore è un organo straordinario, ma le valvole che ne regolano il flusso possono ammalarsi progressivamente a qualsiasi età. Le valvulopatie sono tra le patologie cardiovascolari più diffuse nella popolazione adulta, capaci di colpire indistintamente giovani e anziani, con cause e manifestazioni molto diverse tra loro. Dalla scelta della strategia chirurgica fino alla selezione del tipo di protesi, ogni decisione richiede competenza, esperienza e, soprattutto, un dialogo autentico tra medico e paziente. Ne parliamo insieme al Prof. Luigi Martinelli, cardiochirurgo di riferimento nel panorama italiano.
Professore, cosa intendiamo per valvulopatie?
“Le valvulopatie sono un insieme di patologie complesse che interessano principalmente due valvole cardiache: la valvola mitralica e la valvola aortica. Entrambe possono ammalarsi per cause diverse: infezioni, patologie pregresse dell’infanzia – come il reumatismo articolare acuto – oppure per degenerazione legata all’indebolimento progressivo delle loro strutture. È un processo che può coinvolgere sia pazienti giovani che anziani. Si tratta di una delle patologie più comuni in ambito cardiologico e può presentarsi con diverse sfaccettature”.
Quali sono le opzioni terapeutiche disponibili oggi?
“Quando una valvola si ammala, può essere riparata oppure sostituita. L’obiettivo principale, laddove possibile, è sempre quello di ripararla. Una buona riparazione valvolare, infatti, può garantire una qualità di vita paragonabile a quella di chi non ha mai avuto alcuna patologia. È questo il risultato che si cerca di ottenere prima di considerare qualsiasi protesi, poiché quest’ultima comporta una ‘dipendenza’ dalla stessa, la necessità di controlli continui e una possibile usura nel tempo”.
E quando la riparazione non è possibile, si passa alle protesi. Ce ne può parlare?
“Esistono due grandi categorie di protesi, e purtroppo non esiste la protesi ideale. La prima è la protesi biologica, costruita con materiale di origine animale, come il pericardio bovino o le valvole aortiche di maiale, con cui si realizzano sia protesi mitraliche che aortiche. In alcuni casi selezionati, come nella sostituzione valvolare aortica, si può ricorrere anche al pericardio del paziente stesso. La seconda categoria è la protesi meccanica, realizzata con materiali sintetici e con implicazioni molto diverse”.
Quali sono i criteri per scegliere l’una o l’altra?
“La scelta della protesi è uno dei momenti più delicati nell’intero percorso di cura, perché incide in maniera significativa sulla qualità di vita futura del paziente. Spesso si tende a delegare la decisione al medico, ma in realtà non dovrebbe essere così: il paziente deve essere coinvolto attivamente nella decisione.
C’è anche un aspetto che non va sottovalutato: oggi circolano molte informazioni su internet, non sempre affidabili e talvolta influenzate da interessi economici e industriali. Per questo è fondamentale che la scelta avvenga attraverso un colloquio diretto e approfondito tra medico e paziente, in cui vengano illustrate chiaramente le caratteristiche e i rischi di ciascuna opzione.
La differenza centrale riguarda la terapia anticoagulante. Con la protesi biologica, nella maggior parte dei casi non è necessaria o, se lo è, dipende da altre condizioni cliniche del paziente. Questo si traduce in una gestione quotidiana più semplice e meno vincolante.
La protesi meccanica, invece, richiede anticoagulazione per tutta la vita, senza eccezioni. Esistono modelli meglio tollerati che possono richiedere dosaggi inferiori, ma il principio rimane lo stesso. Non si tratta però di un elemento eccezionale — nel mondo ci sono milioni di persone che convivono con la terapia anticoagulante da decenni — però è un impegno reale, che il paziente deve essere pronto ad assumersi consapevolmente”.
E per quanto riguarda la durata nel tempo?
“Qui sta l’altra grande discriminante. La protesi meccanica, se ben mantenuta, dura potenzialmente tutta la vita. Garantisce inoltre buone performance emodinamiche anche sotto sforzo.
La protesi biologica, al contrario, ha una durata non garantita. Indicativamente dopo 12-15 anni può iniziare un deterioramento che, verso 18-20 anni dall’impianto, porta alla necessità di sostituire la protesi. In un paziente giovane, questo significa quasi certamente dover affrontare un secondo intervento o una nuova procedura nel corso della vita.
È qui che entra in gioco il ruolo del medico: capire le esigenze reali del paziente, la sua età, il suo stile di vita, le sue aspettative, e orientare insieme a lui la scelta più appropriata”.

