Obesità, rischio infarto e ictus fino all’85% in più e aumentano le riospedalizzazioni

L’obesità non è solo una questione di peso, ma un vero e proprio fattore di rischio cardiovascolare. I numeri parlano chiaro: nelle persone obese il rischio di andare incontro a eventi cardiovascolari maggiori – come infarto e ictus – è tra il 67% e l’85% più alto rispetto alla popolazione normopeso. Un dato nettamente superiore anche rispetto a chi è “solo” in sovrappeso, dove l’aumento del rischio si ferma tra il 21% e il 32%.

A rendere il quadro ancora più preoccupante è il tema delle riospedalizzazioni. A un mese dal primo ricovero per un evento cardiovascolare maggiore (Mace), i pazienti con obesità tornano in ospedale con una frequenza 1,4 volte superiore rispetto ai pazienti in sovrappeso. Sono i risultati di uno studio del Ceis (Centre for Economic and International Studies) dell’Università di Roma Tor Vergata, presentato a Roma.

Il ruolo del trial SELECT

L’analisi si basa sui dati del trial SELECT, il primo studio Cvot che ha dimostrato in modo chiaro il legame tra perdita di peso e riduzione del rischio cardiovascolare.

Dallo studio emerge anche un altro elemento rilevante: nei pazienti con malattia cardiovascolare accertata e sovrappeso o obesità, ma senza diabete, la semaglutide ha mostrato un profilo di efficacia e sicurezza superiore rispetto allo standard terapeutico attuale. In particolare, il trattamento ha ridotto il rischio di Mace del 20%.

Come ha spiegato Pasquale Perrone Filardi, direttore dell’Unità operativa complessa di Cardiologia dell’Aou “Federico II” di Napoli ed ex presidente della Società italiana di cardiologia, lo studio – condotto su oltre 17.000 pazienti – conferma la superiorità della semaglutide nella riduzione del rischio cardiovascolare, con benefici anche sul fronte renale, supportati da evidenze real world. Un impatto che potrebbe cambiare concretamente la qualità di vita di molti pazienti.

Obesità: una malattia cronica, non solo un fattore estetico

L’obesità è una patologia cronica e multifattoriale, strettamente legata allo sviluppo di numerose altre malattie non trasmissibili: tumori, patologie epatiche e renali, diabete, ipertensione e, soprattutto, malattie cardiovascolari, che restano la prima causa di morte in Italia.

Secondo Paolo Sbraccia, direttore dell’Unità operativa complessa di Medicina interna e del Centro medico dell’obesità del Policlinico universitario “Tor Vergata”, farmaci come la semaglutide 2,4 mg rappresentano oggi una strategia terapeutica fondamentale. Non agiscono soltanto sul peso, ma contribuiscono a ridurre le ospedalizzazioni, migliorare gli esiti clinici e limitare l’insorgenza di eventi fatali in una popolazione ad altissimo rischio.

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