La Sardegna introduce incentivi economici, contributi per l’affitto e sostegni alla mobilità per attirare professionisti sanitari nei territori più difficili da raggiungere. Una misura che affronta un problema nazionale: la distribuzione disomogenea del personale e il rischio di lasciare senza servizi le aree periferiche.
Duemila euro ai medici, mille a infermieri e tecnici di radiologia
Fino a 2.000 euro lordi in più al mese per i medici e 1.000 euro per infermieri e tecnici sanitari di radiologia. È il pacchetto di incentivi approvato dalla Giunta regionale della Sardegna per rendere più attrattive le sedi sanitarie caratterizzate da carenze di personale e particolari condizioni di disagio. La misura, annunciata il 28 ottobre 2026, prevede assunzioni a tempo indeterminato e un impegno di permanenza di almeno 18 mesi nelle strutture individuate.
L’obiettivo è rafforzare gli organici nei territori più lontani dai grandi centri, dove distanze, collegamenti difficili e caratteristiche demografiche rendono complicato reclutare e trattenere professionisti. “Il diritto alla salute deve essere lo stesso per tutti i sardi, indipendentemente dal luogo in cui vivono”, ha dichiarato la presidente della Regione Alessandra Todde, sottolineando la necessità di creare condizioni che favoriscano la presenza stabile del personale sanitario.
Contributi per l’affitto e rimborsi per chi lavora nelle isole
Oltre all’indennità mensile, il piano prevede contributi per l’alloggio fino a 500 euro al mese, a fronte di spese documentate per l’affitto nel territorio dell’azienda sanitaria di assegnazione. Per chi accetterà un incarico nelle isole minori o nelle aree più difficili da raggiungere potranno essere riconosciuti anche rimborsi delle spese di viaggio e ulteriori sostegni alla mobilità.
Sono previsti inoltre strumenti di telemedicina, tecnologie digitali per le attività cliniche e assistenziali e programmi di formazione dedicati. La Regione punta quindi a intervenire non soltanto sulla retribuzione, ma anche sulle condizioni concrete che possono influenzare la scelta di trasferirsi e restare in una sede periferica.
Le risorse sono già previste dalla legge regionale di variazione di bilancio: 6,5 milioni di euro per il 2026, 12,6 milioni per il 2027 e oltre 14,5 milioni annui dal 2028 al 2030.
La carenza di personale sanitario non riguarda soltanto le aree periferiche
La misura sarda si inserisce in un problema più ampio che interessa il Servizio sanitario nazionale: non sempre il numero complessivo dei professionisti corrisponde alla loro effettiva disponibilità nei territori e nelle specialità in cui servono. Secondo i dati del Ministero della Salute relativi al 2024, in Italia lavorano 116.672 medici e 297.983 infermieri. Il personale a tempo indeterminato è cresciuto dell’1,6% rispetto all’anno precedente, ma questo dato non elimina le difficoltà di reclutamento e le differenze territoriali.
Un’analisi della Banca d’Italia pubblicata nel dicembre 2025 evidenzia proprio la distribuzione disomogenea dei professionisti sul territorio nazionale e le sfide legate al ricambio generazionale. Entro il 2032, secondo lo studio, dovrà essere sostituito oltre il 40% dei medici di medicina generale e circa un quarto dei medici del Servizio sanitario nazionale in servizio a fine 2022. Le difficoltà sono particolarmente rilevanti nelle aree meno popolose e periferiche, dove l’isolamento geografico si somma spesso a minori opportunità professionali e a condizioni di lavoro più complesse.
Chi potrà ottenere gli incentivi: cosa manca ancora per i bandi
La misura non è ancora un bonus automaticamente riconosciuto a tutti i professionisti che lavorano lontano dai grandi centri. La Giunta ha approvato le linee di indirizzo e affidato ad ARES Sardegna il compito di avviare le procedure di reclutamento, ma sarà necessario individuare nel dettaglio le sedi, i reparti, le specialità mediche e i profili professionali interessati.
Un tavolo tecnico regionale definirà inoltre le modalità di applicazione e modulazione degli incentivi in base al livello di disagio. Tra gli aspetti da affrontare c’è anche la possibilità di estendere alcune misure al personale già in servizio nei reparti più critici e di prevedere condizioni per la scelta della sede dopo i primi 18 mesi. Per garantire la continuità dell’assistenza, infatti, non bastano le assunzioni: servono équipe adeguate, servizi funzionanti, possibilità di crescita professionale e condizioni di vita sostenibili anche nei territori più isolati.

