sabato, Dicembre 6, 2025

Sanità, contributo all’inquinamento: responsabile del 5% delle emissioni

Antibiotici nei fiumi, l’allarme di ALTEMS: “Serve valutare l’impatto ambientale” – Qui Salute Magazine

Anche il settore sanitario ha un impatto significativo sull’ambiente. Dai farmaci ai dispositivi medici, ogni fase del ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento, comporta costi ambientali. Per questo motivo, misurare l’impronta ecologica della sanità è diventato un tema di ricerca sempre più centrale a livello internazionale. Le stime indicano che il comparto è responsabile del 5% delle emissioni totali di gas serra a livello globale.

Il problema dei residui di medicinali

Un ulteriore problema riguarda i residui di medicinali che, attraverso le acque reflue, finiscono nei fiumi e nelle falde sotterranee. Secondo una ricerca pubblicata su Pnas Nexus nel maggio 2025, ogni anno circa 8.500 tonnellate di antibiotici raggiungono i corsi d’acqua, contribuendo alla diffusione di batteri resistenti ai farmaci.

L’impatto delle estrazioni di materie prime

L’impatto ambientale parte già dalla fase di approvvigionamento delle materie prime, che comporta l’estrazione e la lavorazione di sostanze chimiche e materiali sintetici. “La sintesi dei principi attivi richiede spesso l’uso di solventi e processi ad alta intensità energetica, con elevate emissioni di CO₂ – spiega Eugenio Di Brino, coordinatore ALTEMS –. Anche i materiali utilizzati per realizzare dispositivi medici, come plastica e metallo, hanno un impatto, soprattutto se si tratta di prodotti monouso: siringhe, mascherine, guanti, camici o penne per insulina”.

La sanità contribuisce anche al riscaldamento globale

Alcuni medicinali, come inalatori e anestetici, utilizzano propellenti con un alto potenziale di riscaldamento globale (HFC), aggravando ulteriormente l’impronta ambientale del comparto. A ciò si somma lo smaltimento dei rifiuti sanitari: gli imballaggi in PVC e alluminio e i dispositivi usa e getta sono classificati come rifiuti speciali, la cui gestione è più complessa e costosa.

Anche l’acqua coinvolta nella contaminazione

Un altro ramo della ricerca scientifica si concentra sull’impatto dei farmaci residui che, una volta espulsi dal corpo umano, contaminano le acque. Uno studio del 2022 pubblicato su Pnas ha analizzato 1.052 punti di campionamento lungo 258 fiumi in 104 Paesi. In oltre un quarto dei siti analizzati sono stati rilevati livelli di 61 principi attivi superiori ai limiti di sicurezza. I farmaci più frequentemente riscontrati sono la carbamazepina (antiepilettico) e la metformina (per il trattamento del diabete). Le concentrazioni di antibiotici in molti fiumi potrebbero essere sufficienti a favorire l’insorgenza di ceppi batterici resistenti. Le zone più colpite si trovano in Paesi a basso e medio reddito, dove il trattamento delle acque reflue è spesso inefficiente e l’industria farmaceutica opera in modo intensivo.

“Oggi – conclude Di Brino – l’Health Technology Assessment (HTA), che guida le decisioni del Servizio Sanitario Nazionale sull’acquisto di farmaci e dispositivi, si concentra su efficacia clinica, sicurezza e costi. Ma sarebbe fondamentale introdurre anche criteri ambientali. Solo così potremo indirizzare le risorse pubbliche verso soluzioni realmente sostenibili. In un contesto in cui la crisi climatica minaccia la salute globale, anche l’impatto ambientale deve diventare un parametro di salute pubblica”.

Anche in ambito europeo la questione è al centro dell’attenzione. Un rapporto presentato a giugno al Pharmaceutical Committee della Commissione Europea, redatto da un gruppo di esperti, propone alcune raccomandazioni, a partire dal rafforzamento della valutazione del rischio ambientale durante l’iter autorizzativo dei medicinali. “Non si tratta ancora di una linea condivisa da tutti i Paesi, ma è senz’altro un primo passo importante”, conclude Di Brino.

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