Alluvione in Nepal, si continua a cercare: oltre 1100 morti e 3900 dispersi. Shah: “Cambiamento climatico è responsabile”

In Nepal, l’alluvione-lampo del 26 agosto causata da un collasso glaciale ha originato un disastro naturale di proporzioni immani. Devastata la regione del Bhote Koshi–Trishuli, nel nord del Paese. Il bilancio più recente conta 1.114 morti e 3.916 persone non ancora rintracciate. Le speranze di trovare dispersi ancora vivi si assottigliano – 639 di loro sono lavoratori degli impianti idroelettrici che potrebbero essere stati sommersi nei tunnel di servizio – ma si continua a cercare. Sono circa 12mila le persone finora messe in salvo. Il governo ha dispiegato oltre 21mila uomini nelle operazioni di soccorso, ed ha infine accolto il contributo internazionale: inviati uomini, mezzi e risorse da India, Cina e Corea del Sud.

La devastazione subita dalla regione nepalese del Bhote Koshi–Trishuli è gravissima. L’evento del 26 agosto è stato innescato dalla concomitanza di diversi fattori. Un collasso di ghiaccio e rocce nell’area himalayana ha generato un’enorme onda di piena nel sistema montano sottostante; l’acqua contenuta dal ghiacciaio è stata rilasciata di colpo, e con l’energia di uno tsunami ha trascinato massi, ghiaccio, alberi, fango e detriti, distruggendo interi insediamenti e infrastrutture lungo la valle – senza lasciare a molti abitanti il tempo di mettersi in salvo.

Il governo stima che nei distretti interessati siano state colpite circa 1,6 milioni di persone. Rasuwa e Nuwakot sono quelli che hanno subìto più danni, seguiti da Dhading, Gorkha e Chitwan. Circa 2,2 milioni di tonnellate di detriti si sono originate e, sospinte dalla piena e dal potenziale cinetico della massa a monte, hanno devastato tutto ciò che si trovava a una quota inferiore. Un volume clastico che sta rendendo estremamente difficile la ricerca dei dispersi e la ricostruzione di infrastrutture e ricoveri.

Le cause del disastro

Nelle prime ore del 26 agosto, una grande massa di ghiaccio e roccia si è distaccata dal versante montano nel bacino superiore del fiume Lhende, nei pressi del confine Nepal-Cina. L’evento ha prodotto una potente valanga che è precipitata verso valle, trascinando con sé vario materiale. Allo stesso tempo è stato registrato anche un evento sismico sul versante tibetano. La massa di terra e acqua ha quindi ostruito temporaneamente il corso del fiume, creando una sorta di diga naturale e un bacino temporaneo.

Quando lo sbarramento infine ha ceduto, l’acqua accumulata si è liberata improvvisamente, mescolandosi con enormi quantità di ghiaccio, rocce, sedimenti e detriti. Si è così formata un’onda di piena estremamente energetica che ha raggiunto Rasuwagadhi e il fiume Bhote Koshi, per poi propagarsi nel sistema del Trishuli.

I danni

L’ondata ha letteralmente sommerso le zone sottostanti, trascinando via persone e strutture. Villaggi distrutti, blackout energetico totale e interruzione delle telecomunicazioni in un ristretto arco di tempo hanno colto gli abitanti alla sprovvista, impedendo in un primo momento una efficace risposta all’emergenza. Strade e ponti sono stati spazzati via, tra cui il fondamentale collegamento stradale con il Tibet tra le località di Rasuwagadhi e Gyirong.

Inoltre, il sistema idroelettrico ivi presente risulta annichilito. Il primo ministro Balendra Shah ha riferito che 8 impianti idroelettrici operativi, per 281 MW complessivi, e 4 impianti in via di costruzione, per altri 388 MW, sono stati danneggiati. Nel complesso, sarebbero stati interrotti 4.031,1 MW di capacità di generazione elettrica. Nei 12 impianti idroelettrici colpiti dalle alluvioni risultavano inizialmente circa 900 lavoratori non rintracciati; il bilancio è stato successivamente rivisto dalle autorità nepalesi a 639 dispersi, mentre 279 lavoratori sono stati tratti in salvo.

I soccorsi

Il governo nepalese ha immediatamente attivato le operazioni di emergenza: tutte le risorse disponibili nelle aree di Rasuwa, Nuwakot, Dhading, Gorkha e Chitwan sono state mobilitate, impiegando anche elicotteri per raggiungere le zone isolate e trasferire i feriti e le persone in pericolo. Parallelamente sono stati predisposti assistenza medica d’urgenza, cibo, acqua potabile, ripari temporanei e altri beni essenziali. Il ministero degli Esteri ha inoltre istituito il 27 agosto un Emergency Control Room specificamente dedicato alla ricerca e alla verifica delle informazioni sui cittadini stranieri dispersi e al coordinamento con famiglie e ambasciate.

L’esercito nepalese ha impiegato escavatori e altre macchine per liberare gli accessi dei complessi idroelettrici, mentre le squadre specializzate hanno cercato di penetrare nei tunnel e verificare la presenza di superstiti. Fondamentale il contributo internazionale: alla giornata di ieri, erano operative 24 persone in due squadre indiane specializzate nel soccorso in galleria, 9 soccorritori cinesi e una squadra sudcoreana, affiancate dall’esercito nepalese.

Sono state inoltre richieste apparecchiature specifiche come LiDAR, droni ad alta capacità, sistemi per l’immissione d’aria, attrezzature di perforazione, generatori e strumenti per il recupero dei dispersi. Molte di queste attrezzature sono già state messe a disposizione dei soccorritori da India e Cina.

Il commento politico

Il governo Shah ha reagito all’accaduto in modo concorde e proattivo. In un post sui social media, Balendra Shah ha sottolineato: “Non c’è dubbio che il cambiamento climatico sia un fattore che contribuisce a questo disastro”. Secondo il Primo Ministro nepalese, le temperature nella regione himalayana sono aumentate di 1,8 gradi centigradi, causando lo scioglimento dei ghiacciai e rendendoli meno stabili.

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