Vulcano Marsili, il rischio tsunami e le coste italiane: quanto siamo preparati?

Il 5 novembre si celebra la Giornata mondiale di sensibilizzazione sugli tsunami. Il geologo Mario Tozzi riporta l’attenzione sul più grande vulcano sottomarino del Mediterraneo: non ci sono segnali di un’eruzione imminente, ma gli studi indicano che eventuali frane o collassi potrebbero generare maremoti. Per l’Italia la sfida è rafforzare monitoraggio, prevenzione e preparazione delle comunità costiere.

Giornata mondiale dello tsunami: perché si parla del Marsili

«Prima o poi erutterà»: il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi richiama l’attenzione sul Marsili, il grande vulcano sottomarino che si trova nel Tirreno meridionale. Ma, quando si parla dei possibili rischi per le coste italiane, lo scenario da non sottovalutare non riguarda soltanto un’eventuale eruzione. A preoccupare gli studiosi è soprattutto la possibilità che una grande frana sottomarina o il collasso di una parte dell’edificio vulcanico provochino uno tsunami.

Il tema assume particolare rilievo il 5 novembre, data in cui ricorre la Giornata mondiale di sensibilizzazione sugli tsunami, istituita dalle Nazioni Unite nel 2015 per promuovere una maggiore consapevolezza dei rischi e diffondere una cultura della prevenzione. Per il 2026 il messaggio scelto è “Be Tsunami Ready: Resilience starts with you”: la resilienza comincia dalle persone, dalla conoscenza dei segnali di pericolo e dalla capacità delle comunità di prepararsi e reagire tempestivamente.

Il Marsili si trova nel Tirreno meridionale, ha una struttura lunga circa 70 chilometri e larga 30 e raggiunge una quota di circa 508 metri sotto il livello del mare. È considerato un vulcano attivo, ma questo non significa che sia prossimo a un’eruzione. Non esistono previsioni attendibili sui tempi di una futura attività eruttiva né elementi per parlare di un evento imminente. È importante, quindi, distinguere tra la presenza di un pericolo geologico potenziale e la previsione di una catastrofe: sono due cose molto diverse.

Il possibile scenario più critico riguarda la stabilità dei fianchi del vulcano. Una grande massa di materiale che si staccasse dal fondale e scivolasse verso profondità maggiori potrebbe spostare una quantità significativa d’acqua, generando onde capaci di propagarsi nel bacino tirrenico.

Uno studio scientifico pubblicato nel 2021 sul Bulletin of Volcanology, disponibile nell’archivio del CNR, ha simulato diversi scenari di frana del Marsili. I risultati mostrano che i distacchi di piccole dimensioni non produrrebbero maremoti significativi, mentre frane di volume intermedio, soprattutto se coinvolgessero porzioni più superficiali dell’edificio vulcanico, potrebbero generare onde pericolose per le coste. Gli autori hanno preso in esame anche uno scenario estremo, con un distacco di circa 17,6 chilometri cubi di materiale.

In queste simulazioni, le onde raggiungerebbero le isole Eolie in circa 10 minuti e le coste di Calabria e Sicilia in circa 20 minuti. Si tratta di tempi stimati attraverso modelli matematici e riferiti a specifici scenari ipotetici: non indicano che una frana sia in corso o che un maremoto sia destinato a verificarsi. Lo studio evidenzia, piuttosto, la necessità di approfondire la conoscenza delle condizioni di stabilità del vulcano e del potenziale tsunamigenico degli altri rilievi sottomarini del Tirreno.

La distinzione è fondamentale anche sul piano della comunicazione del rischio. Gli studi scientifici servono a individuare i fenomeni che potrebbero avere conseguenze sulle comunità, a stimarne gli effetti e a orientare le strategie di prevenzione. Non sono previsioni di eventi imminenti.

Il rischio maremoto riguarda tutte le coste italiane

Il Marsili non è l’unica possibile origine di uno tsunami. Secondo il Dipartimento della Protezione Civile, tutte le coste del Mediterraneo sono esposte a questo rischio, per la presenza di aree sismicamente attive e di numerosi vulcani, sia emersi sia sommersi. Negli ultimi mille anni sono stati documentati decine di maremoti lungo le coste italiane, anche se soltanto alcuni hanno avuto effetti distruttivi. Le aree maggiormente interessate sono state la Sicilia orientale, la Calabria, la Puglia e l’arcipelago delle Eolie; fenomeni di minore entità sono stati registrati anche lungo le coste liguri, tirreniche e adriatiche.

L’esposizione del territorio è un elemento decisivo. Porti, stabilimenti industriali, infrastrutture, centri abitati e attività turistiche si concentrano spesso in prossimità del mare. Uno tsunami, inoltre, non è una normale mareggiata: può provocare un rapido innalzamento del livello dell’acqua, invadere le aree costiere e trascinare detriti, veicoli e imbarcazioni. Le onde possono raggiungere anche le foci dei fiumi e risalire lungo i corsi d’acqua.

Per un Paese con migliaia di chilometri di costa, la gestione di questo pericolo è quindi anche una questione di sostenibilità territoriale. Significa proteggere le comunità, ridurre la vulnerabilità degli insediamenti e pianificare l’uso del suolo tenendo conto dei rischi naturali. La prevenzione, in questo senso, non riguarda soltanto le aree considerate più esposte: richiede una conoscenza diffusa del fenomeno e piani adeguati alle caratteristiche dei singoli territori.

Il sistema italiano di allerta: che cosa può fare il SiAM

Dal 2017 l’Italia dispone del SiAM, il Sistema di Allertamento nazionale per i Maremoti generati da terremoti nel Mediterraneo. Ne fanno parte l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), attraverso il Centro Allerta Tsunami, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e il Dipartimento della Protezione Civile.

Il sistema monitora in tempo reale i dati delle reti di osservazione, valuta se un terremoto avvenuto in mare o in prossimità della costa possa generare un maremoto e, quando necessario, diffonde messaggi di allerta alle autorità e alle strutture competenti. Il suo ambito di intervento, però, ha un limite importante: le tecnologie e le conoscenze attualmente disponibili consentono di attivare il sistema per gli tsunami di origine sismica, ma non per quelli provocati da frane sottomarine, eruzioni vulcaniche o altri fenomeni.

È un aspetto particolarmente rilevante quando si parla del Marsili. Gli scenari legati a un eventuale collasso dei suoi fianchi non rientrano direttamente nel meccanismo di allertamento del SiAM e richiedono attività specifiche di ricerca, valutazione e pianificazione. Il monitoraggio dei vulcani sottomarini e lo studio della stabilità dei fondali rappresentano quindi un tassello importante per migliorare la conoscenza complessiva del rischio.

C’è poi una difficoltà tipica del Mediterraneo: le distanze tra le possibili sorgenti di un maremoto e le coste sono relativamente ridotte. In caso di evento vicino al litorale, il tempo a disposizione per diffondere un’allerta e mettere al riparo la popolazione può essere molto breve. Per questo un sistema di monitoraggio, da solo, non basta: deve essere accompagnato da piani locali conosciuti e da comportamenti corretti da parte delle persone.

Come riconoscere i segnali di uno tsunami e mettersi al sicuro

La Giornata mondiale del 5 novembre richiama proprio l’importanza della preparazione individuale. Il tema scelto per il 2026 invita a conoscere in anticipo i percorsi di evacuazione, partecipare alle esercitazioni e sapere come comportarsi in caso di pericolo. Sono indicazioni particolarmente importanti per chi vive, lavora o trascorre le vacanze in prossimità della costa.

Uno tsunami può essere preceduto da segnali naturali riconoscibili: un terremoto forte o prolungato, un improvviso e anomalo ritiro del mare oppure, al contrario, un rapido innalzamento del livello dell’acqua. Anche un rumore intenso proveniente dal mare può rappresentare un campanello d’allarme. In presenza di questi segnali, non bisogna aspettare necessariamente un messaggio ufficiale: occorre allontanarsi subito dalla spiaggia e dalle aree basse, raggiungendo una zona elevata o spostandosi verso l’interno, seguendo i percorsi indicati dai piani locali.

La preparazione passa anche dall’aggiornamento dei piani di protezione civile, dalla segnalazione delle aree esposte, dalla predisposizione di percorsi di evacuazione riconoscibili e da esercitazioni periodiche. Un’attenzione specifica deve essere riservata a turisti, bambini, anziani e persone con disabilità, che potrebbero avere bisogno di supporto per raggiungere rapidamente un luogo sicuro.

La vicenda del Marsili riporta così al centro una questione che va oltre la vulcanologia: quanto sono resilienti le coste italiane? Il rischio naturale non può essere eliminato e non sempre è possibile prevedere con precisione quando e dove si manifesterà. È però possibile ridurre la vulnerabilità dei territori, investendo nella ricerca, nel monitoraggio, nella pianificazione e nell’informazione. Perché la sicurezza delle comunità costiere non dipende soltanto dalla capacità di lanciare un’allerta, ma anche dalla preparazione di chi deve sapere come reagire.

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