Dott. Scarpa: “Le cicatrici possono provocare dolore e limitare i movimenti, non sono solo un problema estetico”

Intervista al Dott. Andrea Maria ScarpaChirurgo e medico estetico ed esperto in medicina rigenerativa.

Dott. Scarpa, quando si parla di cicatrici si pensa quasi sempre al loro aspetto. È davvero questo il problema principale?

“Nella mia esperienza, molto spesso no. L’aspetto estetico è certamente importante, ma ciò che talvolta viene sottovalutato è la componente funzionale della cicatrice. Una cicatrice non è semplicemente una ‘linea’ sulla pelle. È il risultato di un processo di riparazione in cui l’organismo sostituisce il tessuto lesionato con un tessuto fibroso che possiede caratteristiche molto diverse da quelle originarie. È generalmente meno elastico, meno scorrevole e meno capace di adattarsi ai movimenti del corpo.

Quando questa fibrosi interessa aree sottoposte a continui movimenti, il problema non riguarda più soltanto la pelle. Può creare tensione sui tessuti circostanti, ridurre lo scorrimento tra i diversi piani anatomici, limitare il movimento delle articolazioni e, in alcuni casi, provocare dolore, prurito o una costante sensazione di ‘tiraggio’.

È il motivo per cui alcune persone, anche molti anni dopo un intervento chirurgico, continuano ad avere difficoltà a piegare un ginocchio, muovere un piede o compiere movimenti che dovrebbero essere naturali. In questi casi la cicatrice diventa un problema funzionale, oltre che estetico”.

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Dott. Scarpa

È possibile intervenire?

“Oggi disponiamo di strumenti che consentono di affrontare il problema in modo molto più preciso rispetto al passato. Prima di qualsiasi trattamento è però fondamentale comprendere come è fatta quella specifica cicatrice.

Nel mio lavoro utilizzo l’ecografia multiparametrica ad altissima frequenza per misurare con precisione l’estensione e, soprattutto, lo spessore della fibrosi. Questo mi permette di conoscere esattamente quanto tessuto cicatriziale è presente e di programmare il trattamento con un livello di precisione difficilmente raggiungibile con la sola valutazione clinica.

L’ecografia, infatti, non rappresenta soltanto uno strumento diagnostico: mi consente di calibrare il trattamento laser in funzione dello spessore reale della fibrosi, intervenendo con estrema precisione sul tessuto cicatriziale e preservando, per quanto possibile, i tessuti sani circostanti”.

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Vuole raccontarci un caso in cui questo approccio ha fatto la differenza?

“Certamente. Ricordo con particolare piacere una paziente operata al seno alcuni anni prima. Presentava una cicatrice introflessa che, oltre al disagio estetico, le provocava prurito continuo, dolore, difficoltà a sollevare completamente il braccio e persino disturbi del sonno, perché alcune posizioni erano diventate dolorose.

L’ecografia ha evidenziato con precisione lo spessore della fibrosi. Questo mi ha consentito di programmare il trattamento con laser CO₂ in maniera estremamente accurata, calibrando la profondità di ogni microcolonna affinché attraversasse esclusivamente lo spessore del tessuto fibrotico, senza interessare inutilmente i tessuti sani sottostanti.

A circa venticinque giorni dal trattamento la paziente riferiva la scomparsa del dolore e del prurito, il recupero della funzionalità del braccio e la possibilità di tornare a dormire senza quei continui fastidi che la accompagnavano da anni.

Vedere una persona tornare a muoversi senza dolore e recuperare gesti che aveva progressivamente smesso di compiere rappresenta non solo una soddisfazione professionale per chi svolge questo lavoro, ma anche un momento profondamente emozionante.

È proprio in casi come questo che la meticolosità nella diagnosi, nello studio della cicatrice e nella pianificazione del trattamento trova il suo significato più profondo.

Naturalmente ogni paziente è diverso e non tutte le cicatrici hanno la stessa evoluzione. Alcune richiedono percorsi terapeutici più lunghi, altre beneficiano dell’associazione tra laser CO₂ e PRP ad alta concentrazione, di cui abbiamo avuto modo di parlare altre volte, o di ulteriori trattamenti rigenerativi.

Ciò che può fare la differenza è seguire una metodica rigorosa, personalizzando il trattamento sulla base delle caratteristiche della singola cicatrice e delle esigenze funzionali della persona”.

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