“È come avere un nastro che gira senza sosta nella testa”, racconta Stefania (nome di fantasia), 42 anni, Graphic Designer in una grande azienda: “Ripenso di continuo a conversazioni, a decisioni prese, a cosa avrei potuto fare di diverso. Immagino le conseguenze peggiori senza riuscire a fermarmi. Alla fine della giornata sono sfinita”.
Questo processo di pensiero ripetitivo e improduttivo è noto in psicologia come overthinking, un fenomeno molto diffuso: riguarda il 73% delle persone fra i 25 e i 35 anni e il 52% fra i 45 e i 55 anni.
Se può capitare a chiunque almeno una volta di pensare eccessivamente a qualcosa, specie in momenti della vita particolarmente stressanti o di forte indecisione, nell’overthinking parliamo di una vera e propria tendenza cognitiva che porta a processare costantemente e ossessivamente la realtà e gli eventi senza arrivare ad alcuna conclusione utile, nel tentativo di tenere tutto sotto controllo ed è spesso associata a disturbi d’ansia e depressione.
Nel caso di Davide (nome di fantasia), 23 anni, studente di Biologia, il pensiero ossessivo si presenta soprattutto durante le sessioni d’esame. “Rileggo continuamente gli appunti, mi chiedo se ho capito davvero, se sto facendo bene. Ma più studio, più mi sento confuso e scoraggiato. In balia della mia testa, che non si ferma mai”.
Il ruolo delle relazioni
Per la terapia sistemico-relazionale, l’overthinking non nasce nel vuoto, ma all’interno di relazioni e contesti sociali. I pensieri incessanti vengono visti come un meccanismo che si sviluppa all’interno del sistema familiare, di coppia, amicale o lavorativo. Spesso emerge come risposta in contesti familiari in cui l’errore viene stigmatizzato o in cui non c’è spazio per riconoscere ed esprimere le proprie emozioni, favorendo una forma di controllo interno attraverso una ruminazione mentale eccessiva.
Luca (nome di fantasia) ricorda: “Ogni volta che sbagliavo o prendevo un brutto voto a scuola, soprattutto mio padre mi guardava con disprezzo e non mi rivolgeva più la parola per giorni. Ancora oggi, quando devo prendere decisioni sul lavoro, mi blocco nei pensieri”.
In altri casi il rimugino emerge come risposta alle pressioni esterne. “Mi sento sempre sotto esame, in competizione e se sbaglio mi sento una fallita”, racconta Giulia (nome di fantasia), 38 anni, commercialista. Non di rado in contesti familiari o di coppia ad alta conflittualità, l’overthinking diventa una strategia per gestire la pressione interna, dirottando il focus dall’emozione alla razionalizzazione. Un sintomo relazionale che di frequente si fa largo, là dove la comunicazione è bloccata e carica di ambiguità. Il pensiero eccessivo è il tentativo al quale la persona ricorre, il luogo in cui si rifugia per cercare di risolvere le questioni relazionali, che non riesce ad affrontare direttamente.
Le conseguenze sulla salute
Se ignorato, l’overthinking può causare danni seri alla nostra salute psicofisica. Il rimugino continuo attiva i circuiti cerebrali legati alla paura e all’anticipazione del rischio, con effetti negativi sulle funzioni di pianificazione, controllo degli impulsi, capacità decisionale e regolazione emotiva (Van Randerborgh e colleghi, 2010). Si registra anche un aumento dei livelli di cortisolo, con ripercussioni sulla capacità di concentrazione e sulla memoria. Il rimugino costante può alimentare il circolo dell’ansia e generare uno stato depressivo. Stare in allerta continua porta affaticamento cognitivo e fisico, come dopo uno sforzo intenso: tensione muscolare persistente, mal di testa frequenti, problemi digestivi, insonnia. Il pensiero ossessivo porta spesso al cosiddetto “blocco del decisore”: per il timore di sbagliare, la persona fatica a prendere decisioni anche semplici. A livello relazionale, la tendenza ad analizzare continuamente parole e gesti degli altri può generare insicurezza e mettere in crisi i rapporti.
Come fermare il nastro
Gli esperti concordano sul fatto che per affrontare l’overthinking sia importante intervenire a più livelli. Tecniche di rilassamento come passeggiate all’aria aperta, ascoltare musica o dedicarsi ad attività piacevoli possono aiutare a rallentare il flusso mentale. Le pratiche di mindfulness possono favorire uno sguardo più consapevole sui propri pensieri senza giudicarli e giudicarci, riducendo il rischio di esserne travolti. Annotare i pensieri su un foglio può essere utile per portarli fuori dalla mente e per creare una distanza fra noi e loro. In un’ottica di problem-solving potrebbe essere d’aiuto chiedersi: “Pensare in questi termini mi è utile? Verso cosa sarebbe più salutare incanalare le mie energie?”. Se questa modalità di pensiero compromette la qualità della vita e delle relazioni, è importante chiedere un supporto psicologico.
Conclusioni
Accorgersi del nastro dei pensieri che gira senza fine è il primo passo per fermarlo. Il rimugino non riguarda solamente il singolo, ma può essere il segnale di dinamiche relazionali disfunzionali e irrisolte. Comprenderlo e occuparsene significa non solo gestire i pensieri, ma lavorare sul rapporto con noi stessi e con gli altri. In un mondo che corre sempre più veloce, imparare a rallentare diventa una piccola rivoluzione quotidiana: ascoltare, respirare, rallentare. La mente, come noi, ha bisogno di riposo.
Articolo a cura della Dott.ssa Patrizia Borrelli, Psicologa Psicoterapeuta Sistemico Relazionale di Milano
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🔄 Pensieri che si ripetono continuamente, scenari negativi immaginati, decisioni rianalizzate ancora e ancora: l’overthinking è quel meccanismo mentale che può farci sentire intrappolati nei nostri stessi pensieri.
👩🏻⚕️ La Dott.ssa Patrizia Borrelli, Psicologa Psicoterapeuta Sistemico Relazionale, spiega perché il rimuginio non riguarda solo la mente, ma può essere legato anche alle relazioni, alle esperienze vissute e al modo in cui affrontiamo le difficoltà.
🌱 Imparare a riconoscere questo meccanismo è il primo passo per recuperare spazio, consapevolezza e benessere.
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