Ebola, scatta l’allerta globale: Oms dichiara emergenza internazionale per il ceppo senza vaccino

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di emergenza sanitaria internazionale per il ritorno dell’Ebola in Africa centrale. Non si tratta di una pandemia, ma del secondo livello di allerta più alto previsto. A preoccupare è soprattutto la diffusione del ceppo raro “Bundibugyo”, per il quale oggi non esistono né vaccini né terapie specifiche.

Epidemia di Ebola: quali zone dell’Africa colpite

L’epidemia sta colpendo in particolare la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda. In Congo il bilancio è già pesante: 88 morti e 366 casi sospetti. In Uganda, invece, si registrano due contagi confermati e una vittima.

Il virus Bundibugyo, individuato per la prima volta nel 2007, presenta sintomi iniziali come febbre, dolori muscolari, stanchezza, mal di testa e mal di gola. Nelle fasi successive possono comparire vomito, diarrea, eruzioni cutanee e sanguinamenti. Il contagio avviene attraverso il contatto diretto con fluidi corporei o sangue di persone infette, che diventano trasmissibili solo dopo la comparsa dei sintomi. Il periodo di incubazione può arrivare fino a 21 giorni.

Qual è il tasso di mortalità del ceppo

Il tasso di mortalità si aggira intorno al 50%, inferiore rispetto al ceppo Zaire — responsabile della grande epidemia del 2014 — ma comunque elevato. A differenza di quest’ultimo, però, per il Bundibugyo non esistono ancora strumenti di prevenzione efficaci. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha parlato di “forti incertezze” sulla reale diffusione del virus e sul numero effettivo dei contagi, sottolineando il rischio di una propagazione più ampia rispetto ai dati attualmente disponibili.

Tra i casi monitorati ci sarebbero anche cittadini statunitensi esposti ad alto rischio. Secondo fonti riportate dalla stampa americana, almeno una persona avrebbe sviluppato sintomi dopo un contatto con casi sospetti in Congo. Le autorità stanno valutando possibili operazioni di evacuazione sanitaria, compreso un eventuale rimpatrio negli Stati Uniti per garantire isolamento e cure adeguate. Anche i Centers for Disease Control and Prevention stanno coordinando il rientro in sicurezza di alcuni cittadini coinvolti.

Il grande impatto sui popoli locali

L’impatto più grave resta comunque a carico delle popolazioni locali. La Repubblica Democratica del Congo, con un territorio vastissimo e infrastrutture fragili, è ulteriormente destabilizzata dal conflitto interno tra esercito e milizie ribelli. A Goma, città dell’est del Paese sotto il controllo dei gruppi armati, è stato registrato un nuovo caso positivo.

Sul campo si prepara una risposta su larga scala. Medici Senza Frontiere ha definito la situazione “estremamente preoccupante”, segnalando difficoltà nell’isolamento dei malati e nella gestione dei corpi delle vittime. In molte aree, infatti, le persone muoiono nelle proprie abitazioni e vengono assistite dai familiari, aumentando il rischio di contagio.

I dati potrebbero essere sottostimati: molte infezioni si concentrano in zone remote e solo una parte dei campioni riesce ad arrivare nei laboratori. Un limite che rallenta anche la ricerca scientifica. Secondo l’Oms, l’elevata percentuale di positività nei test iniziali e la presenza di casi in più Paesi indicano una possibile diffusione ben più ampia, con rischi concreti a livello regionale.

Negli ultimi cinquant’anni l’Ebola ha provocato circa 15mila morti in Africa, con epicentro nell’area centrale del continente. Quella in corso è la diciassettesima epidemia registrata nella Repubblica Democratica del Congo. L’ultima risale allo scorso agosto ed era stata dichiarata conclusa a dicembre. La più grave, tra il 2018 e il 2020, aveva causato oltre 2.300 vittime.

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