Un progetto tutto italiano potrebbe cambiare il modo in cui si affronta la prevenzione delle demenze. Si chiama Interceptor ed è riuscito a sviluppare uno strumento capace di prevedere, con buona precisione, chi tra le persone già a rischio svilupperà l’Alzheimer nel giro di tre anni.
A guidare il progetto è stato Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Neuroriabilitazione dell’IRCCS San Raffaele, in collaborazione con importanti realtà scientifiche italiane come l’Istituto Superiore di Sanità, il Policlinico Gemelli, l’Istituto Neurologico Carlo Besta, il IRCCS San Raffaele e l’IRCCS Fatebenefratelli.
Il progetto è stato promosso e finanziato dall’Agenzia Italiana del Farmaco insieme al Ministero della Salute, e i risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Alzheimer’s & Dementia.
Cos’è il declino cognitivo lieve
Con l’avanzare dell’età, soprattutto dopo i 50-60 anni, è normale che il cervello subisca alcuni cambiamenti. In alcuni casi però questo processo è più marcato e prende il nome di deterioramento cognitivo lieve (MCI). Non si tratta ancora di demenza, ma rappresenta una condizione a rischio.
In Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, circa un milione di persone vive con questa condizione. Ogni anno, circa 100.000 di loro sviluppano una forma di demenza. Le stime indicano che fino alla metà dei soggetti con MCI può evolvere verso patologie come l’Alzheimer, mentre l’altra metà mantiene una vita autonoma. Ed è proprio qui che entra in gioco Interceptor: capire in anticipo chi si ammalerà davvero.
Come funziona il modello
Lo studio ha coinvolto oltre 350 persone con MCI, seguite per circa tre anni in 19 centri italiani. Durante questo periodo, il 29,6% dei partecipanti ha sviluppato una demenza e il 22,4% nello specifico l’Alzheimer.
Sulla base dei dati raccolti, i ricercatori hanno costruito un modello predittivo che utilizza diversi fattori: biomarcatori legati alla demenza e caratteristiche genetiche, come il genotipo ApoE.
Il risultato è uno strumento in grado di fornire una stima personalizzata del rischio: basso, medio o alto, indicando anche la probabilità di sviluppare la malattia entro tre anni.
Perché è importante
Uno strumento del genere può avere un impatto enorme. Non solo nella pratica clinica, ma anche nella sanità pubblica, perché permette di intervenire prima e in modo più mirato.
In prospettiva, potrebbe diventare fondamentale anche per decidere a chi destinare i nuovi trattamenti che stanno arrivando contro l’Alzheimer, migliorando così l’efficacia delle cure e la qualità della vita dei pazienti.

