La violenza lascia segni anche nei geni: dopo anni il 50% delle donne presenta disturbi

Il progetto dell’Iss studia le “cicatrici” epigenetiche sul Dna, ora attivo anche per i minori

La violenza di genere – sia essa fisica, psicologica, sessuale o economica – non segna solo la memoria e la vita quotidiana di chi la subisce, ma lascia tracce profonde anche a livello biologico. Le esperienze traumatiche, infatti, possono modificare il funzionamento dei geni delle donne che ne sono state vittime, imprimendo una sorta di “memoria” nel loro Dna.

I dati raccolti nello studio

I dati raccolti mostrano che più della metà delle donne che hanno subito violenze manifesta ancora, anche dopo molti anni, sintomi riconducibili al disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Un quarto presenta segnali di depressione e circa un terzo è esposto a un rischio elevato di tornare a subire episodi violenti.

Questi risultati arrivano dalle prime cento partecipanti che hanno acconsentito a donare un campione di sangue per EpiWE (Epigenetica per le Donne), un progetto coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità e finanziato dal Ministero della Salute. L’obiettivo è capire se e per quanto tempo la violenza può influenzare l’attività dei geni e danneggiare la salute mentale e fisica delle sopravvissute. Grazie a una collaborazione con la Regione Puglia, l’iniziativa è stata estesa anche ai minori che hanno assistito a episodi violenti in famiglia: anche in loro, secondo i primi riscontri, l’impatto psicologico risulta profondo.

L’Iss sui casi di violenza

L’Iss spiega che le informazioni sono state raccolte su 76 donne vittime di violenza, mentre il resto del campione è servito come gruppo di controllo. Le partecipanti hanno compilato EpiWEAT, un questionario digitale innovativo sviluppato dall’Iss e tradotto in quattro lingue oltre all’italiano (inglese, francese, spagnolo e tedesco), per renderlo accessibile anche a donne straniere e ai mediatori culturali. Le risposte verranno integrate con l’analisi dei campioni di sangue per individuare eventuali “cicatrici epigenetiche”: modifiche che non cambiano la struttura del Dna, ma regolano l’attività dei geni.

Finora il progetto ha coinvolto Lazio, Lombardia, Campania, Puglia e Liguria, e nelle stesse regioni le donne possono ancora aderire allo studio donando un campione biologico. I risultati preliminari mostrano che oltre la metà delle donne presenta forme gravi di PTSD: il 27% ha una diagnosi di PTSD e il 28,4% soffre di PTSD complesso. Il 23% evidenzia sintomi depressivi e il 32% ha un rischio elevato di rivivere situazioni di violenza. Più della metà delle partecipanti ha un livello di istruzione pari o superiore al diploma, il 34% ha un impiego stabile e l’82% è cittadina italiana. Nel 97% dei casi l’autore della violenza è un uomo, e nel 71% si tratta del partner o del coniuge. Nel 90% dei casi la violenza è stata ripetuta nel tempo.

Le parole della responsabile del progetto

“La violenza domestica lascia segni epigenetici che influenzano l’attività dei geni senza modificare il Dna – spiega Simona Gaudi, responsabile del progetto per l’Iss –. Analizzare queste modificazioni può aiutarci a prevedere gli effetti a lungo termine della violenza e a creare percorsi di prevenzione personalizzati prima che insorgano patologie croniche.”

Il progetto EpiWE ha portato anche alla nascita di EpiCHILD, un nuovo strumento digitale realizzato per bambini e adolescenti. È già stato somministrato a 26 minori tra i 7 e i 17 anni che hanno assistito a violenze domestiche, reclutati in Puglia nell’ambito della collaborazione con la Regione e del progetto ESMiVA (Esiti di Salute nei Minori esposti a Violenza Assistita). Dai dati iniziali emerge che quasi l’80% dei minori ha vissuto come traumatico l’aver assistito a episodi di violenza fisica in famiglia. Sono già stati identificati diversi casi di PTSD e depressione. Il 42,3% dei bambini e ragazzi ha genitori separati o divorziati e nel 92,3% dei casi l’aggressore è il padre.

“I risultati – conclude Gaudi – ribadiscono quanto sia urgente attivare screening regolari nelle strutture sanitarie e nei servizi sociali, avviare interventi integrati tra scuola, sanità e assistenza sociale, e sviluppare protocolli di prevenzione mirati basati su evidenze scientifiche. Lo studio continuerà con follow-up programmati per osservare nel tempo l’evoluzione dei sintomi e costruire una base dati utile alle future ricerche sul trauma che può essere trasmesso tra generazioni.”

Articoli correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Ultimi articoli