Emicrania, nuova speranza per chi non risponde ai farmaci: la neurostimolazione riduce della metà gli attacchi

Una svolta arriva per i pazienti che soffrono di emicrania cronica e non trovano sollievo nemmeno con le cure più moderne. Due studi italiani, pubblicati sulla prestigiosa rivista Cephalalgia, hanno dimostrato che una tecnica innovativa di neuromodulazione non invasiva può dimezzare il numero e l’intensità degli attacchi nei soggetti resistenti ai farmaci. Le ricerche sono state condotte da gruppi dell’Università di Bari, L’Aquila e Pavia, aprendo la strada a nuove possibilità terapeutiche.

I passi in avanti nella lotta all’emicrania

Negli ultimi anni la scienza ha fatto grandi progressi nella lotta all’emicrania, con farmaci sempre più specifici e mirati. Tuttavia, una parte dei pazienti – circa il 10% – continua a non rispondere alle cure disponibili, nemmeno a quelle di ultima generazione. Oggi, grazie alle nuove tecniche di stimolazione cerebrale, si affaccia una prospettiva concreta anche per loro: la neurostimolazione transcranica non invasiva.

Il primo studio realizzato

Il primo studio, realizzato dal Dipartimento di Neurofisiologia dell’Università di Bari e pubblicato su Cephalalgia, ha utilizzato una tecnica chiamata iTBS (Intermittent Theta Burst Stimulation). I risultati sono notevoli: nel mese successivo al trattamento il numero di attacchi si è ridotto del 50%, mentre l’intensità del dolore è diminuita del 30%. Dopo un altro mese, il miglioramento è proseguito, raggiungendo una riduzione del dolore fino al 50%.

Il trattamento sfrutta campi magnetici mirati che agiscono direttamente sui centri cerebrali del dolore. Durante la seduta – completamente indolore e della durata di circa 20 minuti – il paziente resta seduto mentre un’apparecchiatura con una bobina magnetica (coil) viene posizionata, grazie a un sistema di neuronavigazione, nell’area della corteccia prefrontale. Qui la stimolazione modula l’attività delle sinapsi, riequilibrando la trasmissione degli impulsi dolorosi senza bloccarla del tutto.

«A differenza dei farmaci più recenti, che agiscono sul sistema periferico inibendo il peptide CGRP o intervenendo sui recettori della serotonina, la neuromodulazione magnetica lavora direttamente sul cervello, nelle aree che regolano la percezione del dolore», spiega la professoressa Marina De Tommaso, ordinaria di Neurologia all’Università di Bari, presidente della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (SISC) e coordinatrice della ricerca.

Nello studio, i pazienti sono stati sottoposti a un trattamento intensivo: cinque sedute al giorno per quattro giorni consecutivi, con intervalli di 15 minuti. Sebbene in contesti clinici ordinari le sedute sarebbero distribuite su un periodo più lungo, questa modalità intensiva ha dimostrato l’ottima tollerabilità e l’efficacia della terapia.

Il secondo studio realizzato

Quasi in contemporanea, la stessa rivista ha pubblicato un secondo studio, realizzato da ricercatori delle Università dell’Aquila e di Pavia, coordinati dalle professoresse Simona Sacco e Cristina Tassorelli, insieme ai giovani studiosi Raffaele Ornello e Roberto De Icco. In questo caso è stata testata una diversa forma di stimolazione: l’applicazione di elettrodi che erogano una corrente continua a bassa intensità, con l’anodo posizionato sulla parte anteriore del capo e il catodo su quella posteriore. Anche questa metodica agisce sui circuiti centrali del dolore, ma è stata inoltre combinata con una terapia farmacologica a base di anticorpi monoclonali anti-CGRP, per valutarne l’effetto sinergico.

I risultati promettono bene

I risultati sono stati altrettanto promettenti: dopo un mese di follow-up, i pazienti trattati con la stimolazione associata alla terapia farmacologica hanno mostrato una riduzione più marcata della frequenza degli attacchi rispetto a chi aveva ricevuto solo i farmaci.

Entrambi gli studi, pur condotti su un numero ridotto di partecipanti (12 nel primo e 15 nel secondo), rappresentano un passo avanti significativo. Fino a oggi, la possibilità di intervenire sui centri del dolore con tecniche non invasive era più un’ipotesi che una realtà documentata. Ora, grazie alla solidità dei dati raccolti, la prospettiva di integrare la neuromodulazione nella pratica clinica diventa concreta.

«I risultati ottenuti – conclude la professoressa De Tommaso – sono incoraggianti, anche se serviranno studi su campioni più ampi per confermarli. Per questo, in collaborazione con altri centri SISC di Milano, Roma, Palermo e Latina, abbiamo appena avviato una ricerca su scala nazionale. Se l’efficacia sarà confermata, presenteremo i dati al Ministero della Salute per chiedere che la neuromodulazione non invasiva diventi una terapia riconosciuta e rimborsabile per i pazienti che non rispondono ai farmaci tradizionali».

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