Ipertrofia prostatica benigna: il trattamento mininvasivo Green Light – Dott. Carlo Introini

Con l’avanzare dell’età, sempre più uomini si trovano a fare i conti con disturbi urinari legati all’ingrossamento della prostata. È una condizione tanto diffusa quanto spesso taciuta, vissuta con imbarazzo prima ancora che con la dovuta attenzione clinica, e che finisce per incidere silenziosamente sulla qualità della vita quotidiana. Negli ultimi anni, tuttavia, l’evoluzione delle tecniche chirurgiche ha aperto scenari nuovi, capaci di coniugare efficacia terapeutica e minore invasività. Per fare chiarezza sul tema abbiamo intervistato il Dott. Carlo Introini, Direttore S.C. di Urologia presso il Galliera di Genova e presidente nazionale dell’Associazione Urologi Italiani (Auro), che ci ha guidato attraverso le diverse opzioni oggi disponibili.

Dottor Introini, quali sono i trattamenti più efficaci?

“I laser più efficaci per il trattamento dell’ipertrofia prostatica benigna sono fondamentalmente tre: il laser ad Olmio, il laser al Tullio e il Green Laser, o fotovaporizzazione prostatica. In particolare, nella fascia di età più anziana e nei pazienti che presentano comorbidità cardiovascolari importanti — quindi in terapia con anticoagulanti, antiaggreganti, o spesso e volentieri con una combinazione dei due — il Green Light, o Green Laser, è il più indicato. Questo perché ha una caratteristica fondamentale: vaporizza il tessuto e, contestualmente, lo coagula, grazie a una particolare attrazione verso l’emoglobina, quindi verso il globulo rosso, e verso l’acqua in esso contenuta.”

Una precisazione, questa, che non è solo tecnica: la scelta dello strumento più adatto, spiega il dottor Introini, passa innanzitutto dall’inquadramento clinico complessivo del paziente, età e condizioni di salute comprese.

Quali sono i vantaggi rispetto al trattamento tradizionale?

Ed è proprio sul fronte della sicurezza e del recupero post-operatorio che le differenze rispetto alla chirurgia tradizionale si fanno più evidenti:

“I vantaggi sono fondamentalmente un minor sanguinamento e una degenza più tranquilla, con un accorciamento di circa 24 ore nei tempi di posizionamento del catetere dopo il trattamento.”

Benefici concreti, dunque, che si traducono in un percorso di cura meno gravoso per il paziente, a conferma di come l’innovazione tecnologica in urologia stia progressivamente ridisegnando gli standard di trattamento di una patologia tanto comune quanto delicata.

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