Sesso, vergogna e silenzi: perché parlarne fa bene alla salute?

Di sesso si parla ovunque. In televisione, sui social, nelle serie, nei podcast, nelle pubblicità. Sembra quasi che siamo diventati tutti disinvolti, informati, liberi. Poi però, quando si tratta della propria sessualità, spesso cambia tutto. Le parole si inceppano, arrivano imbarazzo, rossore, battute per sviare. E anche davanti a un professionista capita ancora di sentire frasi come: “Mi vergogno un po’ a dirlo…”.

La vergogna sessuale è molto più comune di quanto immaginiamo. Non riguarda solo chi ha vissuto esperienze traumatiche o educazioni particolarmente rigide. Può abitare anche persone adulte, informate, brillanti, apparentemente sicure. È quella sensazione di essere “sbagliati” in ciò che si desidera, in ciò che si prova, in come funziona il proprio corpo o in ciò che non si riesce a fare.

La sessualità è molto più di una funzione del corpo

Il punto è che la sessualità non è mai solo una questione tecnica. Non è solo “funzionare bene”, avere desiderio, raggiungere l’orgasmo, mantenere l’erezione, provare piacere o avere rapporti con una certa frequenza.

La sessualità tocca l’identità, l’immagine corporea, l’autostima, il rapporto con l’intimità, la storia familiare e culturale. Per questo, quando qualcosa non va come pensiamo dovrebbe andare, è facile trasformare una difficoltà in un giudizio su di sé.

“Non sono abbastanza desiderabile.”

“Non sono normale.”

“Dovrei avere più voglia.”

“Dovrei lasciarmi andare.”

“Alla mia età dovrei saperlo fare.”

Questi pensieri pesano. E più pesano, più rischiano di bloccare il corpo.

La vergogna, infatti, non resta solo nella testa. Può diventare tensione, evitamento, chiusura, dolore, ansia da prestazione, difficoltà a comunicare con il partner. In alcuni casi porta a rimandare controlli medici importanti o a non chiedere aiuto quando servirebbe.

Pensiamo, per esempio, a chi prova dolore durante i rapporti e aspetta mesi, a volte anni, prima di parlarne. O a chi vive difficoltà di erezione e le interpreta subito come una perdita di virilità. O ancora a chi non raggiunge l’orgasmo e si sente “difettosa”, invece di chiedersi quali condizioni emotive, corporee e relazionali siano necessarie per provare piacere.

Rompere il silenzio è già una forma di cura

La vergogna ha una caratteristica precisa: ama il silenzio. Il paradosso, però, è che più una cosa resta nascosta, più sembra e diventa enorme.

Al contrario, quando viene nominata in un contesto sicuro, spesso perde parte del suo potere. Dire “questa cosa mi mette in imbarazzo” è già un primo atto di cura. Non perché tutto si risolva magicamente, ma perché si smette di essere soli dentro quella fatica.

Parlare di sessualità con un professionista non significa essere “gravi”, strani o irrecuperabili. Significa prendersi sul serio.

Il sessuologo, il ginecologo, l’urologo, il medico o lo psicoterapeuta possono aiutare a distinguere ciò che riguarda il corpo, ciò che riguarda la mente e ciò che riguarda la relazione. Perché spesso questi livelli sono intrecciati.

L’importanza della parola nella coppia

Anche nella coppia, imparare a parlare di sesso può fare una grande differenza.

Non servono discorsi perfetti. A volte bastano frasi semplici: “Mi vergogno a dirtelo, ma per me è importante”, “Ho paura di essere giudicato”, “Vorrei capire insieme cosa ci sta succedendo”.

La comunicazione non elimina automaticamente le difficoltà, ma può trasformare il sesso da campo minato a spazio di incontro.

La salute sessuale non è assenza di problemi. È possibilità di ascoltarsi, conoscersi, chiedere aiuto, vivere il corpo con meno giudizio e più rispetto.

La vergogna ci fa credere di essere sbagliati. Ma spesso, dietro quella vergogna, c’è solo una parte di noi che non ha ancora trovato parole sicure per raccontarsi.

Articolo a cura della Dott.ssa Sabina Fasoli – Psicoterapeuta e Sessuologa.

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