Un avatar contro il cancro: l’organoide che replica i tumori cerebrali pediatrici

Un piccolo “organoide” capace di replicare il tumore cerebrale nei bambini. Non è fantascienza, ma uno dei risultati più avanzati raggiunti oggi dalla ricerca scientifica.

Come nasce il progetto di ricerca

Il progetto nasce dalla collaborazione tra l’Università di Trento e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, ed è stato pubblicato sulla rivista Nature Protocols. Un lavoro che potrebbe cambiare il modo in cui si studiano e si curano questi tumori.

Negli ultimi anni l’oncologia ha fatto un passo avanti importante: si è passati dai classici modelli bidimensionali, coltivati su plastica, a sistemi tridimensionali molto più realistici. Ed è proprio qui che entrano in gioco gli organoidi, vere e proprie “mini-repliche” degli organi umani sviluppate in laboratorio.

Il modello di organoide sviluppato a Trento

Il modello messo a punto a Trento rappresenta un salto ulteriore. In pratica, permette di ricreare il tumore partendo direttamente da una biopsia del paziente, ottenendo così una copia fedele della malattia. Un vantaggio enorme: studiare il tumore in condizioni molto simili a quelle reali, ma senza intervenire direttamente sui piccoli pazienti.

“È come avere un avatar del tumore su cui testare le terapie”, spiega il coordinatore dello studio, Luca Tiberi. “Possiamo osservare cosa succede realmente nell’organismo, ma con la possibilità di sperimentare farmaci in sicurezza”.

Questi organoidi, chiamati anche “tumoroidi” quando derivano da cellule tumorali, conservano le caratteristiche biologiche del tumore originale. Non solo: mantengono anche la complessità e la varietà cellulare che spesso si perdono nei modelli tradizionali.

Questo significa una cosa molto concreta: test più affidabili e una maggiore capacità di prevedere come un paziente potrebbe rispondere a una terapia.

Su cosa si è concentrata la ricerca

La ricerca si è concentrata in particolare su due tra i tumori cerebrali pediatrici più diffusi e aggressivi, l’ependimoma e il medulloblastoma. All’interno di questi modelli, i ricercatori possono provare diverse combinazioni di farmaci, ampliando lo screening e accelerando il percorso verso nuove cure.

Un ruolo chiave lo ha avuto anche il Bambino Gesù, che ha seguito i pazienti e fornito i campioni biologici necessari, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo e alla validazione degli organoidi.

“Questi modelli ci permettono di capire meglio la malattia e di analizzare con maggiore precisione la risposta ai trattamenti”, sottolinea Evelina Miele, specialista in oncoematologia pediatrica. Il risultato? Una piattaforma solida, replicabile e pronta a essere utilizzata anche da altri centri di ricerca.

E il lavoro non si ferma qui: l’obiettivo è estendere questo approccio anche ad altri tumori cerebrali pediatrici, compresi quelli meno aggressivi, come i gliomi di basso grado.

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