Cardiochirurgia ibrida: ridurre l’impatto chirurgico nei casi complessi – Prof. Luigi Martinelli

Il Prof. Luigi Martinelli spiega come le nuove tecnologie stanno cambiando la cura del cuore

La cardiochirurgia è una delle specialità più impegnative della medicina, ma oggi l’innovazione tecnologica e il lavoro multidisciplinare stanno permettendo di affrontare anche i casi più complessi con un impatto sempre minore sul paziente. Ne parliamo con il Prof. Luigi Martinelli, illustre cardiochirurgo.

“La cardiochirurgia è una disciplina complessa, chiamata ad affrontare situazioni cliniche che richiedono interventi molto impegnativi con elevato stress su tutti gli organi e di conseguenza con rischio di complicanze anche severe – spiega il Professore -. Grazie alle innovazioni tecnologiche messe a disposizione dall’industria biomedicale, in molti casi è possibile ridurre il peso globale dell’intervento associando la chirurgia vera e propria a procedure eseguite attraverso le vene o le arterie. In questo contesto si inseriscono gli interventi ibridi, che coinvolgono diverse figure professionali (cardiologi, chirurghi, rianimatori), uniti nell’utilizzo di dispositivi miniaturizzati o di apparecchiature robotiche in grado di consentire l’accesso alle strutture cardiache minimizzando il trauma sul paziente.”

In cosa consiste la chirurgia cardiaca ibrida e quando viene utilizzata?

“La chirurgia cardiaca ibrida consente infatti di integrare metodiche diverse tra loro, offrendo soluzioni efficaci anche a pazienti con patologie multiple. Questi i approcci possono essere utilizzati sia per affrontare le malattie delle coronarie sia per trattare le patologie valvolari soprattutto quando queste sono tra loro associate e richiederebbero un intervento combinato molto complesso. Con le metodiche tradizionali, in questi casi sarebbe necessario effettuare nella stessa seduta il bypass aortocoronarico e la sostituzione o riparazione di una valvola attraverso un accesso sternotomico”.

Quali vantaggi offre l’approccio ibrido rispetto alla chirurgia tradizionale?

“Grazie all’approccio ibrido, queste due condizioni possono essere trattate separatamente, entrambe con tecniche e con tecniche mini-invasive. È possibile, ad esempio, eseguire la riparazione della valvola mitralica attraverso una incisura di pochi centimetri sulla parte destra del torace e procedere alla rivascolarizzazione coronarica mediante l’applicazione di uno stent passando dall’arteria radiale con una piccola sonda. L’integrazione di queste metodiche consente trauma chirurgico molto ridotto”.

Qual è il risultato finale per il paziente?

“Il risultato finale è una riduzione importante del rischio operatorio e un miglioramento della prognosi, rendendo trattabili anche pazienti che in passato sarebbero stati giudicati inoperabili o ad altissimo rischio”.

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