La fecondità scende a 1,14 figli per donna e l’età media al primo figlio raggiunge i 32 anni. Non è soltanto una questione di scelte individuali: precarietà, costo delle case e difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia pesano sui progetti di genitorialità.
Sempre meno bambini: il calo continua anche nel 2026
L’Italia fa sempre meno figli. Nel 2025 sono nati 355.772 bambini, il 3,8% in meno rispetto all’anno precedente, con circa 14mila nascite in meno. Il dato segna un nuovo passaggio nella lunga discesa della natalità: dal 2008, quando si registravano oltre 576mila nati, le nascite sono diminuite del 38,3%. E i primi numeri del 2026 non indicano ancora un’inversione di tendenza. Tra gennaio e luglio sono stati registrati 196.864 nati, l’1,1% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.
A preoccupare non è soltanto il numero assoluto dei bambini. Anche il numero medio di figli per donna, indicatore utilizzato per misurare la fecondità, è sceso a 1,14 nel 2025, rispetto a 1,18 nel 2024. È il nuovo minimo storico. La diminuzione riguarda sia le donne italiane, con una media di 1,07 figli, sia quelle straniere, per le quali il dato è pari a 1,74. I primi dati provvisori del 2026 indicano un ulteriore calo, a 1,13 figli per donna.
Il primo figlio arriva sempre più tardi
C’è un altro numero che aiuta a comprendere il fenomeno: nel 2025 l’età media al primo figlio ha raggiunto per la prima volta i 32 anni, contro i 28,1 del 1995. L’età media al parto, considerando tutti i figli, è salita a 32,7 anni. In altre parole, la genitorialità viene progressivamente rimandata, accorciando il tempo disponibile per realizzare il desiderio di avere uno o più bambini.
Dietro questa tendenza non c’è una sola spiegazione. Istat richiama diversi fattori: percorsi di studio più lunghi, precarietà lavorativa, difficoltà di accesso al mercato immobiliare e problemi di conciliazione tra occupazione e famiglia. A questi elementi si aggiungono trasformazioni culturali e personali: avere figli non è più necessariamente una tappa considerata obbligatoria e alcune persone scelgono di non diventare genitori.
Il punto è distinguere la scelta dalla rinuncia forzata. Non tutte le persone desiderano figli, e una politica demografica efficace non può presupporre che ogni famiglia debba averne. Ma quando il progetto di genitorialità viene rimandato perché mancano un reddito stabile, una casa accessibile, servizi per l’infanzia o condizioni lavorative compatibili con la cura, il tema diventa anche sociale ed economico.
Il confronto con la Francia
Il confronto europeo mostra quanto la situazione italiana sia particolare. Nel 2024 la fecondità nell’Unione europea è stata pari a 1,34 figli per donna, mentre in Italia era già scesa a 1,18. La Francia registrava invece un valore di 1,61. Nello stesso anno, secondo le elaborazioni Istat, se l’Italia avesse avuto la fecondità francese avrebbe potuto registrare circa 494mila nascite, contro le circa 370mila effettivamente osservate.
Il confronto, tuttavia, non dimostra che basti aumentare la fecondità per raggiungere i livelli francesi. La stessa Istat sottolinea che la Francia dispone di una popolazione in età riproduttiva più numerosa. In Italia, infatti, il calo delle nascite dipende anche dal fatto che le generazioni nate dagli anni Ottanta in poi sono meno numerose: oggi ci sono meno potenziali genitori rispetto al passato. Anche se la propensione ad avere figli smettesse di diminuire, questo squilibrio continuerebbe a influenzare il numero dei nuovi nati.
Meno nascite oggi, quali conseguenze per il futuro?
Una natalità così bassa modifica progressivamente la struttura della popolazione. Meno bambini oggi significa, nel tempo, meno studenti, meno giovani che entrano nel mercato del lavoro e una base più ristretta su cui poggiano sistemi previdenziali e assistenziali. In una società in cui aumenta la longevità, il rapporto tra popolazione attiva e persone anziane diventa quindi una questione centrale per la sostenibilità del welfare.
Le conseguenze si riflettono anche sull’organizzazione dei servizi: scuole e strutture per l’infanzia devono confrontarsi con una domanda che cambia, mentre cresce la necessità di assistenza per una popolazione più anziana. Non si tratta di effetti immediati e identici in ogni territorio, ma di trasformazioni che richiedono programmazione nel lungo periodo.
Invertire la tendenza non significa semplicemente invitare le persone a fare più figli. Servono condizioni che consentano di scegliere liberamente: occupazione meno precaria, abitazioni accessibili, congedi adeguati, servizi per l’infanzia e una distribuzione più equilibrata del lavoro di cura. Il dato demografico, da solo, non misura quanto le persone desiderino diventare genitori; mostra però che, oggi, il numero delle nascite continua a diminuire e che una parte dei progetti familiari incontra ostacoli difficili da ignorare.
La sfida per l’Italia è quindi duplice: adattarsi a una popolazione che invecchia e creare le condizioni perché chi desidera avere figli possa farlo senza che la genitorialità diventi un rischio economico o professionale.

