Le extension per capelli potrebbero non essere così innocue come sembrano. Alcuni prodotti, infatti, potrebbero contenere e rilasciare sostanze potenzialmente dannose per la salute, già associate a un aumento del rischio di tumori, squilibri ormonali e problemi al sistema immunitario.
A lanciare l’allarme è uno studio condotto da ricercatori del Silent Spring Institute di Newton, negli Stati Uniti, pubblicato sulla rivista scientifica Environment & Health.
Il settore delle extension in forte espansione
Secondo gli autori, il settore delle extension è in forte espansione: il mercato globale dovrebbe superare i 14 miliardi di dollari entro il 2028, con gli Stati Uniti tra i principali importatori. Nonostante ciò, la composizione chimica di questi prodotti resta in gran parte poco studiata e scarsamente regolamentata. A differenza dell’Europa, dove esistono norme più rigide, negli Usa la legislazione appare frammentata o limitata a singoli Stati, come la California.
Le analisi della ricerca
Il team di ricerca ha analizzato 43 prodotti disponibili sul mercato americano. Solo due non presentavano elementi problematici: tutti gli altri contenevano almeno una sostanza considerata preoccupante. In 48 casi sono stati individuati composti che la normativa californiana segnala come potenziali fattori di rischio per cancro, malformazioni congenite o danni alla fertilità. Non mancavano, inoltre, sostanze note per interferire con il sistema endocrino.
Lo studio non dimostra in modo definitivo che le extension rilascino queste sostanze, ma secondo i ricercatori l’ipotesi è plausibile. Le extension, infatti, restano a lungo a contatto con la pelle, soprattutto su collo e cuoio capelluto, anche durante docce e bagni. Inoltre, l’uso di strumenti riscaldanti per acconciare i capelli potrebbe favorire l’inalazione di sostanze volatili o semivolatili, o di prodotti derivanti dalla combustione.
«Questi risultati mostrano quanto sia urgente rafforzare i controlli per tutelare i consumatori e spingere le aziende a investire in prodotti più sicuri», ha dichiarato Elissia Franklin, prima autrice dello studio.

